Monthly Archives: settembre 2012

PELLICOLA!

Andrea Raos (un amico) da Chicago ci fa notare, e ce ne spedisce la prova, che a qualcuno interessa ancora la pellicola. Ecco qui le relative indicazioni autografe di David Lynch per la proiezione di Mulholland Drive. (l.e.)

 

 

Low Tide

Low Tide. Carmelo Bene diceva che Verdi era italiano per caso. Certamente italiano per caso è Roberto Minervini, non solo perché ha girato Low Tide in Texas, dove vive da anni, non solo perché ha potuto utilizzare alcuni componenti dell’équipe dei fratelli Dardenne, ma soprattutto perché affida la nascita delle sue immagini a uno sguardo aurorale e partecipe, senza bisogno di drammatizzazioni fittizie: uno sguardo che si potrebbe definire documentaristico, se nella nozione di documentario includiamo la capacità di una messa in scena interiore. La camera a mano scandisce i vagabondaggi e sottolinea la disperata solitudine di un dodicenne senza amici, che convive nello squallore con una madre alcolizzata, in una casa fatiscente (che si occupa lui di riordinare alla meglio). Animali, pesci, serpenti sono i suoi soli amici, tra il fiume e il bosco, lungo i campi assolati di una natura riarsa – e se c’è una sorta di riconciliazione (con la madre, dopo il tentato suicidio del ragazzo) è una riconciliazione precaria, sulla spiaggia sporca di alghe lasciate dalla marea, che l’acqua potrebbe presto tornare a sommergere.

a.c.

ANCORA SU “GEBO E L’OMBRA” di Manoel de Oliveira

(Anticipazioni dal prossimo numero di Filmcritica…)

Annota Manoel de Oliveira, nel presentare il suo Gebo e l’ombra,di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia ‘paese dove fu inventato il cinematografo’ e di aver voluto realizzare il film in lingua  francese, invitando sul set fantasmi lontani, come Michael Lonsdale (Une sale histoire) e Jeanne Moreau (Oh les beaux Jours! ).

In una ottica del sogno e nel segno dell’illuminismo di Diderot, dove  ogni fatto è sottoponibile al dubbio e suscettibile di interpretazione, de Oliveira costruisce il suo ‘specchio magico’, insinuando, come enigma, una ciste nella lastra di vetro.

Così le pagine del testo ottocentesco di Brandão di Gebo e l’ombra si risvegliano e quella ‘tavola dei poveri’ – meravigliosa la ritualizzazione dell’ora del caffè agli ospiti – si innesta nei bassifondi per rivisitare ritmi onirici e tempi attuali, nella forza del dire di un pensiero che  materializza il gioco perverso della letteratura francese, la grande ombra dell’inquietudine surrealista e  l’impegno politico.

Emergono figure che scompaginano l’atmosfera, creano l’attesa e il silenzio, raggelano tensioni invisibili, e sono ontologicamente il testo rivisitato. La parola evoca la visione, il ‘senso’ pacato del vecchio che non vuole turbare le illusioni della moglie, scandisce i tempi della sale histoire che coinvolge il figlio (fantasma o realtà?) e costituisce l’invisibile, il quid drammatico che si riflette sul volto scavato della moglie, una Claudia Cardinale intensa e dolorosa.

La strada e la piccola zona della periferia assumono nella fissità dello sguardo, una valenza metafisica che le note di Ferruccio Busoni accentuano, nel gioco mozartiano della inconsapevole inverosimiglianza.

e.b.

WERNER HERZOG: “THE KILLERS”

Un minidocumentario… o forse giusto un aforisma…

kitano a venezia

Outrage Beyond (Kitano): il cinema come macchina per uccidere, che ha solo bisogno di essere messa in moto. Otomo, il vecchio yakuza, si vendica di uno dei suoi nemici senza toccarlo, senza sparargli, ponendolo come bersaglio di un dispositivo automatico di palle da baseball, che lo colpiranno con violenza centinaia di volte, fracassandogli la testa, senza intervento di mano umana. Si insegue per tutto il film un’astratta geometria di morte, elargita quasi nell’indifferenza – una morte/game, uno sterminio di pupazzi elettronici, tutti ugualmente vestiti di nero, tutti equivalenti, appartengano al clan Sanno, al clan Hanabishi o siano poliziotti corrotti. Di fronte alla lugubre burocrazia del crimine organizzato, e dei suoi più o meno interessati fiancheggiatori, non vale altro che la malinconia del volto segnato di Takeshi, spietato quasi contro voglia, assieme alla fragilità di un’amicizia precaria, che resiste malgrado tutto.

a.c.

FESTIVAL DI VENEZIA: E’ TEMPO DI CAMBIARE

I film ci sono, gli autori anche, i  nuovi (Minervini), le sorprese (Sarmiento), i classici (de Oliveira), i quotidiani (Malick, Kitano, Kim Ki-duk, Bellocchio, Gitai, Lee, Wakamatsu, Assayas…) i ‘retrospettivi’ (Rajzman, Welles, Hawks): mancano le ragioni di un Festival, la frammentazione in sezioni, Orizzonti, (con il capolavoro Three Sisters di Wang Bing) disperde le scelte, la rigida impostazione  del concorso finisce col segnare l’intera manifestazione.

È tempo di rovesciare i regolamenti, di reinventare scrittura e impaginazione, dopo  tre quarti di secolo.

Per noi è una tradizione non seguire i percorsi tracciati, i festival sono occasioni per vedere e pensare, sono ricognizioni tra il visibile e l’enunciabile, tra le due facoltà che operano in un pluralismo, dove la forma rispecchia il contenuto, il piego di una poetica. Occasione per entrare negli spazi ipotetici, di ‘dépasser les mots et les phrases’ (Foucault) verso gli enunciati e la visibilità e ricostruire la dialettica di un pensiero.

e.b.

VENEZIA 2012: VEDERE UN ALTRO ORIZZONTE ovvero IL FALLIMENTO DI UN FESTIVAL

Che si sia da una parte o dall’altra, è un segno dei tempi che venga quasi unanimemente preferito l’acting ondivago e di noiosa pressione contenutista (con pure la mal celata intenzione di risolversi opaco) di Paul Thomas Anderson, all’immagine in abisso, insieme spalancata e sottratta a se stessa, in cerca d’assoluto e smarrita nell’evidenza perturbante dell’ellisse (ma se la ricerca dell’accecamento è trasparente, lo è un po’ meno, a chi si fermi in superficie, l’avverarsi di uno spazio interno in diretto contatto con l’invisibile) di Terrence Malick. Evidentemente il corpo lavorato così frontalmente da divenire inerte (che ingenuità il 70mm per i primi piani, con la partita già chiusa dal Kubrick di 2001, che puntava oltre l’infinito…) è meno disturbante del lavoro sul corpo sterminato dell’immagine: è nel secondo caso infatti che si è coscienti di ciò che verrà sempre a mancare, anima smarrita dopo anima smarrita (vedi anche Godard).

Non è così anche ai festival del cinema? Si è molto in mostra e si vede ben poco. Si finge di non sapere che il ritorno ossessivo sulla materia che ci appassiona, lungi dall’essere mancanza di idee o manierismo, è perché non si può smettere di plasmarla (come non si smette di riscrivere, di rivedere ecc.). Se ‘ne change rien’, ebbene tutto è differente. Anzi, quando invece, come è avvenuto quest’anno a Venezia, si dichiara di voler mutare orizzonti (compresa la sezione omonima, Orizzonti, che per sua fortuna, con un giurato come Amir Naderi, è stata costretta a premiare il magnifico Three Sisters di Wang Bing; mentre è francamente sconcertante la piega a-filmica presa da Giornate degli Autori), ci si dimentica che proprio dove li si vorrebbe plurali, fissarli non è mai mero atto di contemplazione, ma tracollo dell’essere verso il fondo, oltre la linea del cielo, col coraggio e la malinconia dello scavalcamento. Non ci sono orizzonti, c’è l’avventura, bella perché insoluta, e spesso disattesa, del vedere un altro orizzonte (vedi anche Rohmer e l’atomica sottilissima del raggio verde).

Da un lato viene preferita la narratività fiacca e parasociologica di un fantomatico cinemino di qualità, dall’altro si cavalca l’occhio timoroso e già internazionalmente pre-confezionato di una sorta di cinema d’autore da festival (è il caso purtroppo della giovane argentina Jazmin Lopez con Leones o dell’impresentabile Tango Libre di Fonteyne). Troppo alto il rischio di uno sguardo flagrante e irregolare? Troppo azzardata la dispersione che attende o prelude alla concentrazione massima? Perché si rifugge con forza il punto di vista inconcepibile e incommensurabile, ma anche quello viscerale, contundente, conflittuale (non solo Malick e de Oliveira, ma anche Kitano, Wakamatsu, De Palma)? Davvero è solo una questione di appiattimento dovuto ai supporti digitali? Inutile anche rimarcare la scelta soporifera del taglio al numero di film, visto che a venire a mancare sono le immagini stesse, cioè la materia che brucia o dovrebbe bruciare (solo un problema selettivo o riflesso automatico del progetto politico intorpidente che attanaglia l’Italia?).

Ecco allora che, al di là dell’essere italiano proveniente dal Texas, è giusto segnalare, in questa selezione mediocre e senza costrutto, un film come Low Tide di Roberto Minervini – 35mm, budget minimo e troupe tecnica dei Dardenne: insperata anomalia. Esempio di semplicità e trasparenza della prospettiva scelta, a mezz’aria e in continuo elettrico aggiustamento, improvvisato e sezionato sul corpo recalcitrante e saggiamente rabbioso del giovane protagonista, cercando nella collisione ininterrotta l’intervento di uno spazio inatteso. Che arriva alla fine, sul mare in burrasca, nell’abbraccio luminoso fra madre e figlio.

l.e.

un altro 11 settembre da non dimenticare

auguri edoardo!!!

la forza e la ragione

rossellini intervista allende

 

a.p.

le ombre dell’ 11 settembre

da un film collettivo e, a tratti, singolare

a.p.

VENEZIA 2012: “PASSION” di Brian De Palma

Riproponiamo il trailer (già postato) del nuovo De Palma, benchè non restituisca in nulla il ritmo sospeso, quasi da allentamento dei sensi, con un uso potentissimo, oltre l’infinito, dello split screen, di Passion. Anche qui, come in Malick, de Oliveira e Wakamatsu, tutto è doppio triplo quadruplo, tutto si ripete nella differenza della disseminazione, nulla si mostra, tutto si vede (perciò siamo ciechi).