NON RITORNO A GENOVA

L’editoriale di “Filmcritica” 625/626

Con Diaz, con Vicari non si ritorna nel luogo del delitto, della mattanza, non si rivive la verità di quei giorni e se il cinema è ancora, godardianamente, la verità 24 volte al secondo, nonostante l’irrompere e il dilagare del digitale, se i tempi e gli spazi delle finzioni filmiche hanno ancora il dovere di documentare la verità di un reale differente, luoghi spazi pensieri volti scenografie luci di un mondo a parte, ma comunque verosimile, quello del nostro sentire, e se è vero che il film si chiama diaz e non guantanamo o campo nomadi, allora il G8 di Genova, il movimento no global, la repressione e annientamento poliziesco di un pensiero forte che aveva preso corpi e corpo in quei mesi, in quegli anni, avrebbero dovuto essere anche minimamente, rossellinianamente, mostrate, e si sa bene che per mostrare le motivazioni di una rivolta, o comunque di un pensiero che muove e fa muovere, non sono certo necessarie molte ore in più rispetto al dovuto voluto (come infantilmente e rozzamente afferma lo stesso Vicari al “manifesto”), basta una parola, uno sguardo, un primo piano, un uso magari sfuggente del fuori campo per dare il senso di una cosa, di una lotta, di un sogno violato e stuprato e ricondotto al grado zero, così come sappiamo che un fatto, mostrato “come si deve”, reinventato con precisione di sguardo e di scrittura, può farsi metafora, parlare d’altro, e parlarsi (lo dovrebbe fare, lo fa ogni cinema quando l’atto del guardare e del filmare si nutre di vita e di vissuto, di già visto, che si trasforma, nel film, a vista e in tutta libertà, in visione, in veggenza, senza perdere o obliare o trascurare il pensiero che muove la storia, la Storia e coloro che la fanno). Perché dunque i ragazzi del 2001, quelli che hanno partecipato al G8, che hanno fatto la Storia, i ragazzi non globalizzati, nel film non dicono nulla se non frasi fatte, recitate male, o domande ripetute all’infinito tipo “ma quando parte il treno dalla stazione Brignole?”, chi sono queste strane creature assediate dai robocop? Perché li vediamo prevalentemente suonare la chitarra, baciarsi intorno al fuoco, come in uno spot (oggi si dovrebbe scrivere)
vintage? Da quale ‘68 o movimento post hippy provengono? Perché dei ragazzi e delle ragazze così insulsi e insignificanti, soltanto scritti da una modesta sceneggiatura e da nient’altro, dovrebbero essere massacrati così disumanamente e con accanimento? Sembra che a Vicari non importi nulla, nell’atto di mettere in scena, di questo strano movimento, sempre che lo abbia conosciuto e visto in prima persona, “in” pensiero e azione, sul campo, sembra che di questo strano movimento che scosse il mondo, non ne abbia mai visto i comportamenti, le strategie, le passioni, anche quelle del dopo morte di Carlo Giuliani, non segnata solo dalla paura e dal desiderio di fuga. Se si interviene (in ritardo?) su questo film non è solo perché “Filmcritica” ha dedicato un supplemento ai fatti tragici di Genova in quel lontano sempre troppo vicino 2001, perché su quei fatti aprimmo una discussione alla mostra del cinema di Venezia insieme a Fausto Bertinotti, perché chi scrive, per come ha potuto, ha vissuto, viste, sentite e filmate, in prima persona, quelle giornate, quelle strade infuocate, ma anche perché tutto è accettabile tranne la mistificazione pseudo realista o espressionista legata al “ti faccio vedere ciò che nessuna telecamerina ha potuto filmare e riprendere, anzi te lo spettacolarizzo pure”, creando tensione per tutto il film, come se si fosse in una parodia di Carpenter o di qualunque storia di cinema che racconti un assedio o l’invasione degli ultracorpi, e qualcuno di questi magari presentato col volto anche umano, il tutto per dimostrare, citando a memoria le parole del regista, che un generico stato di diritto E’ stato violato alla Diaz. Ma di cosa si parla? Di quale stato di diritto, ma dove si colloca, nelle bombe e nelle leggi liberticide che da sempre il capitale si dà attraverso la forma statuale? Ma quale pestaggio viene mostrato? Ogni manifestante manganellato nel film è uguale all’altro, tutti i corpi sono uguali, non cambia mai il punto di vista, non si sa nemmeno se ce ne sia uno, quello che conta è l’effetto pestaggio, il rumore, le urla, che più che insostenibili o “inguardabili” dopo pochi minuti si fanno ripetitivi e noiosi, tanto più finti quanto più vogliono dare il senso di realtà “ricostruita” e quello che avrebbe dovuto darsi come effetto di realtà, per la povertà di scrittura, tutta affidata alla magniloquenza del moto violento, si converte nel suo opposto, in un senso di irrealtà insopportabile, perché involontario, perché maldestro, perfino e soprattutto quando il simbolico ralenti della bottiglia lanciata contro la macchina scandisce molto ambiguamente e “pericolosamente” la narrazione, un leitmotiv che cerca invano di dare ritmo e senso (e giustificare la repressione?) a un film che di ritmo e di senso e di necessità è del tutto privo (ma perché mai poi i parenti delle vittime avrebbero chiesto al regista di non fare nomi e cognomi? Sarebbe stato importante dal momento che si tratta di un film storico, anche se di fatto risulta maldestramente cronachistico, ci sono vari metodi per alludere a certi personaggi, uno per tutti De Gennaro, che non si vogliono nominare, in un film lo si può fare in sede di sceneggiatura, o improvvisarlo sul set o dopo la fine del film), sempre che questo sia cinema, sempre che il G8 non sia stato un pretesto per pubblicizzarsi come regista civile in una sala cinematografica vista come una bacheca di facebook. Abbiamo “commentato”, ma “non ci piace e non condividiamo”.
Andrea Pastor

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