Monthly Archives: luglio 2012

ADDIO A CHRIS MARKER

Omaggio al cineasta appena scomparso.

La Jetée (1962)

UN’ESPERIENZA FILOSOFICA

Anticipazione dell’editoriale del prossimo numero di Filmcritica (627)

 

‘Effetto Kuleshov’

 

Un’esperienza filosofica

In parte stiamo risolvendo la nostra crisi editoriale, con la resistenza all’indifferenza e i tagli governativi, e al ritiro, senza spiegazioni, della casa editrice. Abbiamo ripreso come associazione Amici di Filmcritica la cura e l’edizione della rivista, abbiamo accolto l’adesione di molti nuovi lettori che ci seguono sul nostro blog (oltre 20mila contatti), sperando nella loro attenzione ad abbonarsi, e abbiamo ripreso la presenza nelle librerie, scommettendo sull’impossibile. Anche questo è un modo di volere la luna, insistendo a considerare il film come un’esperienza filosofica e come parte essenziale della nostra Storia e cultura.

È curioso come in questi ultimi anni, in cui si riesamina a ritroso, in una sorta di specularità rovesciata, tutta la storia del cinema, rilevando, come nel bel libro di Cappabianca Alla ricerca del corpo perduto (Bulzoni, 2012) l’importanza del corpo, la notazione analitica dei suoi movimenti, la concezione dell’attore ‘come spazio e materiale compositivo’, si siano trascurati gli studi teorici e le esperienze del fare, di un grande autore e studioso come Lev Kuleshov. Al quale autore, Montani, parlando del montaggio in genere, e insistendo sopratutto su alcune peculiarità che lo differenziavano da Vertov e da Ejsenstejn, faceva risalire, in uno ‘speciale’ di Filmcritica (n.387, settembre 1988) un’idea di montaggio, intesa come articolazione discorsiva, come una sorta di partitura coreografica, segmentabile e ri-articolabile su più livelli espressivi (mimica, gesto, intonazione, parola).

Ma il libro di Cappabianca è ancora più misterioso e inquietante. È mai naturale il corpo dell’attore? si domanda e introduce tutta una serie di corpi in eccesso, perennemente abitati da una quantità di fantasmi, veri e propri ‘attori senza corpo’. Un attraversamento dei generi, di film e di teatro, dall’automa alla bambola, dal montaggio come coefficiente di perversione, al dentro e fuori della maschera senza volto, dove niente torna, niente vuole tornare: tutto è misterioso – non confuso, attenzione, ma accennato, negato, segreto, polivalente.

e.b.

NON RITORNO A GENOVA

L’editoriale di “Filmcritica” 625/626

Con Diaz, con Vicari non si ritorna nel luogo del delitto, della mattanza, non si rivive la verità di quei giorni e se il cinema è ancora, godardianamente, la verità 24 volte al secondo, nonostante l’irrompere e il dilagare del digitale, se i tempi e gli spazi delle finzioni filmiche hanno ancora il dovere di documentare la verità di un reale differente, luoghi spazi pensieri volti scenografie luci di un mondo a parte, ma comunque verosimile, quello del nostro sentire, e se è vero che il film si chiama diaz e non guantanamo o campo nomadi, allora il G8 di Genova, il movimento no global, la repressione e annientamento poliziesco di un pensiero forte che aveva preso corpi e corpo in quei mesi, in quegli anni, avrebbero dovuto essere anche minimamente, rossellinianamente, mostrate, e si sa bene che per mostrare le motivazioni di una rivolta, o comunque di un pensiero che muove e fa muovere, non sono certo necessarie molte ore in più rispetto al dovuto voluto (come infantilmente e rozzamente afferma lo stesso Vicari al “manifesto”), basta una parola, uno sguardo, un primo piano, un uso magari sfuggente del fuori campo per dare il senso di una cosa, di una lotta, di un sogno violato e stuprato e ricondotto al grado zero, così come sappiamo che un fatto, mostrato “come si deve”, reinventato con precisione di sguardo e di scrittura, può farsi metafora, parlare d’altro, e parlarsi (lo dovrebbe fare, lo fa ogni cinema quando l’atto del guardare e del filmare si nutre di vita e di vissuto, di già visto, che si trasforma, nel film, a vista e in tutta libertà, in visione, in veggenza, senza perdere o obliare o trascurare il pensiero che muove la storia, la Storia e coloro che la fanno). Perché dunque i ragazzi del 2001, quelli che hanno partecipato al G8, che hanno fatto la Storia, i ragazzi non globalizzati, nel film non dicono nulla se non frasi fatte, recitate male, o domande ripetute all’infinito tipo “ma quando parte il treno dalla stazione Brignole?”, chi sono queste strane creature assediate dai robocop? Perché li vediamo prevalentemente suonare la chitarra, baciarsi intorno al fuoco, come in uno spot (oggi si dovrebbe scrivere)
vintage? Da quale ‘68 o movimento post hippy provengono? Perché dei ragazzi e delle ragazze così insulsi e insignificanti, soltanto scritti da una modesta sceneggiatura e da nient’altro, dovrebbero essere massacrati così disumanamente e con accanimento? Sembra che a Vicari non importi nulla, nell’atto di mettere in scena, di questo strano movimento, sempre che lo abbia conosciuto e visto in prima persona, “in” pensiero e azione, sul campo, sembra che di questo strano movimento che scosse il mondo, non ne abbia mai visto i comportamenti, le strategie, le passioni, anche quelle del dopo morte di Carlo Giuliani, non segnata solo dalla paura e dal desiderio di fuga. Se si interviene (in ritardo?) su questo film non è solo perché “Filmcritica” ha dedicato un supplemento ai fatti tragici di Genova in quel lontano sempre troppo vicino 2001, perché su quei fatti aprimmo una discussione alla mostra del cinema di Venezia insieme a Fausto Bertinotti, perché chi scrive, per come ha potuto, ha vissuto, viste, sentite e filmate, in prima persona, quelle giornate, quelle strade infuocate, ma anche perché tutto è accettabile tranne la mistificazione pseudo realista o espressionista legata al “ti faccio vedere ciò che nessuna telecamerina ha potuto filmare e riprendere, anzi te lo spettacolarizzo pure”, creando tensione per tutto il film, come se si fosse in una parodia di Carpenter o di qualunque storia di cinema che racconti un assedio o l’invasione degli ultracorpi, e qualcuno di questi magari presentato col volto anche umano, il tutto per dimostrare, citando a memoria le parole del regista, che un generico stato di diritto E’ stato violato alla Diaz. Ma di cosa si parla? Di quale stato di diritto, ma dove si colloca, nelle bombe e nelle leggi liberticide che da sempre il capitale si dà attraverso la forma statuale? Ma quale pestaggio viene mostrato? Ogni manifestante manganellato nel film è uguale all’altro, tutti i corpi sono uguali, non cambia mai il punto di vista, non si sa nemmeno se ce ne sia uno, quello che conta è l’effetto pestaggio, il rumore, le urla, che più che insostenibili o “inguardabili” dopo pochi minuti si fanno ripetitivi e noiosi, tanto più finti quanto più vogliono dare il senso di realtà “ricostruita” e quello che avrebbe dovuto darsi come effetto di realtà, per la povertà di scrittura, tutta affidata alla magniloquenza del moto violento, si converte nel suo opposto, in un senso di irrealtà insopportabile, perché involontario, perché maldestro, perfino e soprattutto quando il simbolico ralenti della bottiglia lanciata contro la macchina scandisce molto ambiguamente e “pericolosamente” la narrazione, un leitmotiv che cerca invano di dare ritmo e senso (e giustificare la repressione?) a un film che di ritmo e di senso e di necessità è del tutto privo (ma perché mai poi i parenti delle vittime avrebbero chiesto al regista di non fare nomi e cognomi? Sarebbe stato importante dal momento che si tratta di un film storico, anche se di fatto risulta maldestramente cronachistico, ci sono vari metodi per alludere a certi personaggi, uno per tutti De Gennaro, che non si vogliono nominare, in un film lo si può fare in sede di sceneggiatura, o improvvisarlo sul set o dopo la fine del film), sempre che questo sia cinema, sempre che il G8 non sia stato un pretesto per pubblicizzarsi come regista civile in una sala cinematografica vista come una bacheca di facebook. Abbiamo “commentato”, ma “non ci piace e non condividiamo”.
Andrea Pastor

CINEMA ALL’APERTO: STAN BRAKHAGE

Anticipation of the Night di Stan Brakhage (1958)

STORIE DI SET: PAUL SCHRADER/BRET EASTON ELLIS

Dal set di The Canyons, proprio in questi giorni in lavorazione.

 

CINEMA ALL’APERTO: MANOEL DE OLIVEIRA

Douro faina fluvial (1931)

 

O Pintor e a Cidade (1956)

STORIE DI SET: JEAN-LUC GODARD

Il direttore della fotografia Raoul Coutard durante le riprese di À bout de souffle di Godard.   (l.e.)

FILMCRITICA N. 625/626

Eccoci, ce l’abbiamo fatta. Torniamo con un numero doppio di Filmcritica, con in copertina l’ultimo meraviglioso Bernardo Bertolucci Io e te, l’analisi dei nuovi film di Amelio e Cronenberg e tutto Cannes 2012. Ciliegina sulla torta una lunga conversazione sul 3D a cura della redazione.

 

Questo il sommario:

ARGOMENTI Non ritorno a Genova
NOTE DI TEORIA
L’utopia e l’ipotesi Conversazione sul 3D a cura di Edoardo Bruno,
Alessandro Cappabianca, Lorenzo Esposito, Giovanni Festa, Andrea
Pastor, Bruno Roberti, Daniela Turco.
FILM DI TENDENZA
Il primo uomo di Gianni Amelio
Il ricordo e l’oblio Edoardo Bruno
Antichi fantasmi Alessandro Cappabianca
La tenerezza del gesto Giuseppe Gariazzo
Le voci e il nome Bruno Roberti

Cosmopolis di David Cronenberg
Moto da fermo Alessandro Cappabianca
In cospectu cordis mei Michele Moccia
Espressione dell’escrescenza Luigi Abiusi

FESTIVAL Cannes 2012
Huis Clos Edoardo Bruno
Estinzioni Lorenzo Esposito
Come parli frate? Riflessioni su ciò che resta del cinema teso fra
sistema festival e mito della qualità “media” Giona A. Nazzaro
Il gesto innamorato Giuseppe Gariazzo
Io (non) ballo da sola Simone Emiliani
Elogio di Hong Sangsoo Giona A. Nazzaro
Più cinema dentro il cinema Simone Emiliani
Promessi alla dispersione Carlo Chatrian
Dove vanno a finire le limousine la sera? Grazia Paganelli
POETICHE Cannes 2012
La dimensione intima della guerra
Conversazione con Aida Begic a cura di Daniela Turco e Andrea Pastor

 

 

ABBONAMENTI A FILMCRITICA 2012

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ERNEST BORGNINE (1917-2012)