LA MENZOGNA DEL POTERE

(da Filmcrititica 624 – Argomenti)

In un paese come l’Italia, dove l’avvenuto sterminio della democrazia parlamentare sta evolvendo e coincidendo con lo sterminio della democrazia della partecipazione (ma, si sa, solo sui fascismi quaggiù si è sempre all’avanguardia: dopo il buffone al potere che ambisce a stravolgere tutto, ecco il potere del tecnocrate che stravolge e basta), si assiste infine al governo universale del falso. Non più fondato – come scriveva Guy Debord nei Commentari sulla società dello spettacolo – sulla scomparsa dell’opinione pubblica, ma proprio sulla sua riduzione a menzogna totale, circolare, incontrastata. Il ricomporsi cioè di una rivendicazione specifica attorno a un pensiero (e quindi a un movimento) diffuso, è minato alla base dall’essere in primis tale ricomposizione da un lato strumentale e strumentalizzata, dall’altro la bugia prima e originaria, priva d’ogni legame con la realtà, cui seguono le innumerevoli altre. E questa catena infinita di falsità che nutrono infinitamente se stesse è costruita in maniera tale da convincere le persone d’essere nell’ordine il punto debole, il colpevole, il capro espiatorio. Le convince che non ci sia più niente da fare. Le convince a desistere. La polizia ammazza per le strade? Ecco il giornalista che scrive la sceneggiatura del film sulla polizia violenta (ma, sia chiaro, ACAB non è un film). L’Italia viene sventrata e espropriata dalle linee dell’alta velocità? Ecco tre bei giorni di depistaggio nazionale su un ragazzo che giustamente affronta a parole un carabiniere armato fino ai denti (ovviamente in modo che non si parli della questione reale: NO TAV). Qui Debord resta d’esattezza paurosa sul diramarsi incessante del “passaggio circolare dell’informazione, che ritorna continuamente su una lista brevissima di inezie sempre uguali, annunciate con passione come notizie importanti”, in modo che venga “organizzata magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere”. I giornalisti sono oramai dei contraffattori, dei manipolatori di eventi mai accaduti, o che se sono accaduti non si hanno prove per dimostrarlo, per cui si mettono sottoforma di discorso diretto (con tanto di virgolettato) i sentito dire, riducendo tutta la comunicazione a vocio confuso, a eterno balbettio del pensiero. I giornali stessi – televisivi stampati o web non fa più differenza – sono gigantesche veline, rielaborazioni fantasmatiche di lanci d’agenzia, o al massimo elenchi di dichiarazioni (contraffazione massima, visto che una dichiarazione non è mai un fatto, ma solo una dichiarazione) E così si allineano grida, menzogne, falsi scoop, secondi fini, inenarrabili brutture linguistiche e inviti alla delazione di Stato. Tutto lascia il tempo che trova, compresa la continua efferata cancellazione della memoria collettiva. Tanto più che – come ricorda Jean-Luc Godard nelle Histoire(s) – “l’oblio dello sterminio fa parte dello sterminio”.

l.e.

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