Monthly Archives: aprile 2012

oggi

è il compleanno del grande Paul Vecchiali. Auguri Paul

a.p.

Annunci

il 27 aprile

1937 moriva a Roma Antonio Gramsci

a.p.

noi e voi

può sembrare scelta ‘scontata’ quella di novecento, proprio oggi, ma credo che la lotta per la liberazione debba continuare  senza tregua , senza mai deporre le armi del pensiero critico, in un conflitto che non può , ora  più che mai, che essere permanente.. se il set è un campo di battaglia, o dovrebbe sempre e comunque  esserlo, la lotta in difesa di un cinema antagonista, anche e soprattutto sul piano della scrittura, deve continuare, anche sul nostro blog , in noi voi che lo facciamo, in noi, con le nostre proposte, magari giustamente arrischiate, in voi che lo guardate coi vostri commenti illuminanti, quasi sempre esenti da conformismi, luoghi comuni, moralismi, più o meno accademici o impressionisti..buon 25 aprile e buona liberazione dello sguardo

a.p.

 

RISCOPERTE: “CONTACTOS”

Contactos di Paulino Viota (1970).

Contactos, film clandestino girato dallo spagnolo Paulino Viota sotto la dittatura di Franco e recentemente restaurato. Protagonisti quattro oppositori al regime, la tenutaria di una pensione, un paio di poliziotti. Film composto da trentatrè piani sequenza, cinque inquadrature, quattro location (tre interni, un esterno). Fra i piani si instaurano dei contatti misteriosi per cui ogni piano ha una relazione temporale enigmatica col successivo e lo spazio, benché solcato da un unico ossessivo carrello, sembra mutarsi internamente a ogni nuova incursione, così che lo sguardo stesso, quanto più si fissa, tanto più appare decentrato, dislocato (in una intervista del 2009 Viota si dice sorpreso di aver ritrovato questa concezione in alcuni registi asiatici, specialmente in Hou Hsiao Hsien). Tuttavia il contatto avviene piuttosto nel punto in cui all’esattezza topografica viene a mancare qualsiasi tipo di sapere storico o sociologico: stanze appena ammobiliate, un corridoio scarsamente illuminato, l’angolo opaco della cucina di un ristorante, l’incrocio di una strada, il patio dove la mdp ripete il suo carrello incerto, sparendo nel buio e riemergendo dalle finestre sulla luce delle stanze (come accadeva nella casa di Un femme mariée di Godard, col terrazzo perimetro esterno). E la vita immaginaria sotto questa cappa, la vita segreta di una popolazione segregata, divenuta dura e silenziosa come l’aria che le manca, secca e sospettosa, cupa e sbrigativa. Tutto è alluso e tutto è sotto copertura, soprattutto il ritmo del film, mentre i rapporti stessi sono voci che non si parlano, dette e subito inghiottite da uno scoraggiamento più grande. (l.e.)

 

carmelo bene – il cinema oltre se stesso

FILMCRITICA N. 624

Ecco il nuovo Filmcritica.

 

In questo numero:

 

NOTE DI TEORIA:

– I corpi

– Le mani

– Oshima/Mishima

– Serge Daney

FILM DI TENDENZA:

– Knockout di S. Soderbergh

– A Simple Life di A. Hui

e inoltre:

Cesare non deve morire, In Time, Là-bas

FESTIVAL:

Rotterdam 2012

 

 

DERIVE

Forse per il cinema americano l’omicidio Kennedy ha lo stesso valore della bomba atomica per quello giapponese. Non l’omicidio in sé, ma la sua supposta triangolazione, così come in Giappone dell’atomica non conta l’impatto immediato, ma l’ordine mutante che resta nell’aria. La sua perfezione geometrica coincide con la sua potenzialità fantastica. Si può dire che, a livello di ossessione che diventa nucleo storico e visivo di tutte le immagini, il magistero di David Wark Griffith finisce con JFK. Da quel momento la corsa sfrenata e parallela diventa ricerca dell’immagine giusta, cioè giusto di quell’immagine deviante che non fa tornare i conti. La fine del magistero di JFK si chiama Twin Towers. (l.e.)

 

 

gioielli nell’oceano

Una versione mai montata del finale. Decisamente migliore quella poi ufficialmente scelta. Ma a me è venuto in mente – chissà perché – il finale di un vecchio telefilm di Hitchcock, The Crystal Trench (purtroppo non riesco a trovarne nessuna immagine). Il marito della giovane Stella Ballister muore cadendo in un crepaccio durante un’incursione in montagna. Lei rimane fedele alla sua memoria, e il ghiacciaio restituisce il corpo, intatto, dopo quarant’anni. Con commozione Stella, ormai anziana, raccoglie il medaglione che il marito portava al collo. al cui interno c’è la fotografia d’una giovane donna. Ma Hitchcock è troppo cinico per lasciarci commuovere fino in fondo: la foto nel medaglione non è quella della moglie – per anni Stella ha serbato fedeltà a un uomo che molto probabilmente la tradiva…

Allora, Stella getta il medaglione nel ghiacciaio, come inutile gesto di protesta contro un’illusione troppo a lungo coltivata. Il gesto è simile a quello di Rose, che getta in acqua il Cuore dell’Oceano per tutt’altre ragioni. Ma non è questo il punto.

Il punto è che esiste un rapporto tra riscatto del tempo (nel senso di Benjamin) e restituzione/ricostituzione dei corpi e del loro spazio: restituzione/ricostituzione che il ghiaccio, p.e., può operare letteralmente, e la memoria, invece, sotto forma di fantasmi.

Il cinema conserva i corpi, oltre il tempo, la vecchiaia e la morte, un po’ come il ghiaccio, e un po’, come la memoria, sotto forma di fantasmi.

a.c.

SPECCHIO SPECCHIO DELLE MIE BRAME

Oh se fosse anche questo in 3D… (l.e.)

the ward: anche i semi della follia risorgono

Chi ha paura d’amare John Carpenter? Probabilmente chi non ammette che il cineasta vero lo si vede sempre nel film su commissione e se possibile a basso budget (anche se non ammettere questo volesse dire mancare del tutto uno dei più grandi di sempre come Howard Hawks e il suo più decisivo erede come John Carpenter). E sicuramente chi non sa che al cinema per ‘film minore’ non si intende meno riuscito o sottotono (se non nel bla bla bla accademico medio mediatico mainstream), ma segreto, opaco, misterioso, una variazione seducente di temi già affrontati, una bruciante sottolineatura, una necessaria messa a fuoco, un’incursione tanto apparentemente laterale quanto cruciale e centrale  (…) Con incredibile sapienza Carpenter accarezza il vuoto e anzi spinge l’addensamento schizofrenico inconscio originario (che è sempre delle immagini) alla sua riconquista, perimetrandolo e ri-finendolo con le lunghe carrellate nei corridoi e con gli inserti notturni e al neon di stanze, vetrate e sottoscala. Un autentico film nel film, il cui obiettivo dichiarato sembra il non darsi a vedere, visto che a vista ci sono già le personalità multiple, le quali giocano e danzano il gioco pericolosissimo di arrivare all’occhio e rimanerci (bellissima, e rivoluzionaria anche per Carpenter, la sequenza del ballo delle ragazze interrotte interrotto dal temporale).L’intersezione dei piani, davvero un’intelaiatura visionaria, così attenta, nell’alternarsi del medio e del totale, a torcere la bolla temporale psicotica fino ad assestarla nel cuore di una filmicità che si credeva perduta, contraddice di continuo l’ovvietà della commissione (sarò sincero: non riconoscere in questo il cinema che più amiamo, autonomo folle isolato romantico rarissimo, è un gigantesco peccato). Come nei sublimi titoli di testa, l’immagine qui è un vetro in frantumi che cola brani d’altre immagini dal passato, riducendosi via via a schegge, gocce, filamenti, che tuttavia funzionano come risonanze e ritmi fissati nel tempo e nello spazio (è tale ossessione per il filmico che fa di Carpenter tutto tranne che un regista di genere)  ( lorenzo esposito)

a.p.