Monthly Archives: marzo 2012

MOMENTI SCELTI DI CINEMA: MIYAZAKI, FINCHER, RUIZ

1. Hayao Miyazaki

Gli ultimi due ‘scritti’ di Hayao Miyazaki – Kari-gurashi no Arrietty (Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento) e Kokuriko-zaka kara (che per ora l’edizione francese titola La colline aux coquelicots) – consegnati rispettivamente alla regia docile e luminosa di Hiromasa Yonebayashi e a quella stilizzata e cupa del figlio Goro, nascondono, nel tratto lieve e preciso (quasi un addolcirsi classico della metamorfosi, già peraltro anticipato dai pastelli tsunamici di Ponyo), la piega malinconica, l’oscura crepa di un cinema duro e senza sconti.

Il piano narrativo ne è il luogo esplicito, la superficie necessaria: il respiro irregolare dell’adolescenza, l’ormai primordiale assenza dei padri, il fugace assemblarsi del primo amore, il troppo presto troppo tardi della morte: non esente stavolta e tuttavia, l’intreccio universale del racconto, dal lento e inesorabile praticarsi della frattura che rileva già dentro il discorso la partitura filmica: il dramma gulliveriano (ma sarebbe piaciuto anche al Jack Arnold di The Incredible Shrinking Man) in Arrietty, fra l’altro ulteriormente complicato dall’eventualità che il sotto-universo lillipuziano non sia altro che la magnifica ossessione, l’ultima speranza di vita, generata dal fragile cuore malato di un ragazzino solitario che fatica a vivere e a respirare; lo stupefacente attestarsi del film di Goro Miyazaki nei nipponici anni sessanta, in un quadro pre-insurrezionale (coevo a Notte e nebbia del Giappone di Nagisa Oshima e perno di tutte le future red army), che genialmente papà Hayao fa coincidere col dilaniarsi post-atomico e neo-coloniale d’una nazione costretta a confondersi fin dal nucleo famigliare, una nazione di orfani capace tuttavia dell’energia necessaria a non formalizzarsi troppo per un potenziale (ma alla fine scongiurato) incesto.

Ciò che difficilmente accade altrove, l’avvento nella visione di un raro momento di cinema, ossia del generarsi inconscio (talmente visibile dal non potersi quasi vedere o nominare) d’una zona invisibile in cui addensare emozione e pensiero, in Miyazaki è oramai unica e magistrale avventura, coadiuvata certo dalla metamorfica fenomenologia manga, dove ogni passo è l’ombra del successivo (per inciso: non a caso Scorsese con Hugo Cabret fa coincidere con romantico spirito didattico il passo uno di Méliès col passo amoroso del 3D (triDimensionale): anche qui l’adolescenza, il primo amore, la morte del padre, l’immagine perduta, una società intera superata da se stessa, rallentata dalla sua medesima velocità), ma soprattutto autentica soglia filosofica, il margine splendidamente invalicabile fra ciò che si vede e ciò che si spera di non aver mai visto o scritto.

2. David Fincher

Anche se di Fincher restasse solo il gioco veloce delle ombre sullo skyline, la ritrosia delle lancette negli orologi, i corpi sempre in vendita, la morte pacatamente (in)attesa, la morgue continua dei lenzuoli bianchi, gli angeli custodi, le resurrezioni, la vita stessa come dimensione parallela, il tramonto che è anche sempre un’alba: questa grande fluida moviola fatta solo di dissolvenze incrociate, non sarebbe solo cinema delle grandi falde temporali (anche se l’aver iniziato lavorando come matte photographer, pennellando e schizzando aggiustamenti sugli effetti ottici di Il ritorno dello Jedi e Indiana Jones e il tempio maledetto…), non solo tempo sconnesso e ritornante, ma la corsa e la fuga verso un punto irripetibile nello spazio, il momento unico in cui la vita si dà a vedere e subito scompare, tutta una vita per arrivare proprio lì, di giustezza, e perdersi (come accadeva, in un suo lontano e famoso spot, ai due giocatori di football Nike, seguiti dalla nascita fino al superbowl, o nel videoclip diretto per Madonna, uccisa infine da un adolescente pre-Benjamin Button, mentre Christopher Walken l’aspetta nel cielo seduto su un dolly).

Anzi, in Millennium – Uomini che odiano le donne il tempo si dispone su una tavolozza di buchi neri che sembrano quasi respirare, mostrando e occultando ad ogni ripresa del fiato l’ansiogeno divenire di cupe ombre e carni putrefatte, verità nascoste e colpe non rimarginabili, dettagli anali che cambiano per sempre la storia, che la reinventano chiedendone una rilettura, detection urgente come fasci di luce nel buio, foto, file, tatuaggi, pelle martoriata come unica crosta terrestre. E non basta. La falda è inoltre ricolma di incursioni, strattoni, rivolte, concrezioni: letteralmente brani di spazio che si danno luogo (e che danno luogo al): fraseggio parallelo, nervoso, cupamente romantico e insieme morboso. Fino all’inattesa vertigine-deriva finale (quasi dal piglio soderberghiano per ironia di accumulo e possente leggerezza del passare oltre) per giungere allo sguardo mancato, alle strade che si dividono, vibranti e mute (per inciso: curiosamente questo grande e malinconico the end sembra il controcampo di quello così inaspettato e sospeso – nel cui campo gli sguardi silenziosi invece si incrociano – di Mission: Impossible – Protocollo fantasma di Brad Bird/Tom Cruise).

In realtà per Fincher l’immagine è l’ultrasuono, la perturbazione, l’intensità, la frequenza sempre inesatta che è l’immagine. Le vibrazioni si propagano, provocando tagli, forature, saldature: si nasce vecchi, si muore neonati; ci si tatua col sangue altrui. Lo spavento e la paura si agganciano in una sismografia che parla sempre di se stessa mentre si espone al crollo, tentando la narrazione tragica di un’anomalia: la vita.

3. Raúl Ruiz

C’è poi la fantasia sottomarina. Ballet acquatique (passato di recente al festival di Rotterdam e prodotto-commissionato a Ruiz in Francia dal Centre Pompidou) è il primo (ce ne saranno altri) Ruiz postumo. Nato come omaggio ai film scientifico-surrealisti di Jean Painlevé (di cui si vede all’inizio quasi tutto La Pieuvre del 1928, un’emissione sottomarina che sembra girata dal Buñuel di L’âge d’or), è un film sublime che si chiede quanti pesci ci sono nell’acquario, insinuando subito, carissimi esseri umani (è Ruiz stesso, smagrito ma tenacissimo, che si fa filmare, insieme a Melvil Poupaud e François Margolin, come se fosse il Rossellini che introduceva La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza, a rivolgersi allo spettatore, guardandolo negli occhi e lasciandosi galleggiare in una biblioteca e poi direttamente nell’acquario) l’ipotesi dell’indeterminazione acquatica, praticamente la versione liquida della teoria dei quanti, per cui il pesce è da subito pesce-fantasma e poi ancora pesce revenant, scomparso dall’acquario e tornato dalla morte a far numero tra i felini: il gatto che fu pesce mangia in primo piano un altro pesce.

Come sempre in Ruiz la risalita, l’achivio di occhi e di tentacoli, non potrà essere che postumano, al punto di dover supporre davvero l’esistenza di un popolo terrestre (e come non pensare ai coccodrilli mutanti bianchissimi che chiudono in post-scriptum l’Herzog non casualmente in 3D Cave of Forgotten Dreams: creati dall’uomo, aspettano forse di tornare nelle grotte dove l’uomo è nato per completare l’affresco…). E l’immagine, di nuovo e sempre incompiuta, è più ancora che patafisica, è scienza delle soluzioni immaginarie. Si fluttua nel vuoto, fra ricorrenze enigmatiche e depositi imprevisti, sempre alla ricerca delle sfumature e dei confini, dei filtri e delle distorsioni, prendendo appunti incerti, fra colpi di tosse e risate nervose, nuotando nel blu e nel rosso, diventando pesci e cercando ancora di muovere la bocca. Si fluttua nel vuoto, in un eterno dialogo di esiliati.

(l.e., Filmcritica n. 623)

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EIGHT DEADLY SHOTS

Rivisto all’ultimo festival di Rotterdam il monumentale (6 ore) film del finlandese Mikko Niskanen, Eight Deadly Shots (1972). Film incredibile per purezza, capace di una forma grezza che ancora oggi resta inclassificabile, tanto quanto si impegna a dire la verità.

RIVISIONI: THE KNACK

Uno dei segreti di Steven Soderbergh è la sua passione per il cinema del grande Richard Lester, sul quale ha scritto un libro di conversazioni e diari. L’occhio non si abitua mai, muta con e più dei film. Rivisto oggi (al di là delle solite sociologie accademiche sulla swingin’ London e free cinema) un film come The Knack (citatissimo da Soderbergh) è più importante di Jules et Jim… (l.e.)

FULL FRONTAL

Steven Soderbergh è sempre full frontal. Dopo The Girlfriend Experience con la pornostar Sasha Grey, ecco il film gemello Knockout (in originale Haywire) con la lottatrice Gina Carano (entrambe sublimi), che conferma questa sua unica obliquità che riesce a condurre la visione esatta di un totale su un piano di inquietante astrattezza e apertura. Ci torneremo. (l.e.)

 

FILMCRITICA N. 623

E’ in uscita il nuovo FILMCRITICA.

In questo numero di marzo:

– L’immagine autentica

– Theo Angelopulos: il collezionista di sguardi perduti

– Film di tendenza

Hugo Cabret di Martin Scorsese

War Horse di Steven Spielberg

Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher

Rua Aperana 52 di Julio Bressane

– Conversazione con Julio Bressane

e molto altro ancora (Goro Miyazaki, Raul Ruiz ecc.)…

 

UN CAVALLO CHIAMATO CINEMA

Michael Mann (Luck, serieTV)

Robert Bresson (Lancelot du Lac)

Steven Spielberg (War Horse)

Julio Bressane (Dias de Nietzsche en Turin)

Béla Tarr (Turin Horse)

Eadweard Muybridge

Blake Edwards (Wild Rovers)

Buster Keaton (The Blacksmith)

 

l.e.

CONVERSAZIONI CON JEAN-LUC GODARD

Diamo maggiore visibilità a una segnalazione di un lettore, Davide Sada, mostrando questo Fragments of Conversations with Jean-Luc Godard (2007) di Alain Fleischer che, ancora, è autentica miniera e spunto di riflessione. Commovente l’apparizione (è il caso di dirlo) di Danièle Huillet. (l.e.)

i lunghi inverni della crisi

a.c.

FILMCRITICA IN LIBRERIA

Vi avevamo raccontato delle difficoltà di distribuzione della rivista. Con grande fatica siamo riusciti a ricucire qualcosa. Pubblichiamo qui sotto, con l’introduzione di Edoardo Bruno, un elenco di librerie dover poter finalmente trovare “Filmcritica”.

 

Il buono della libreria

 

A partire dal numero di 621/622, Filmcritica è di nuovo nelle librerie. Dopo un anno difficile per noi, la società Joo ha ripreso la distribuzione della rivista. Il successo che dall’anno scorso incontra il nostro blog, arrivato a quasi ventimila contatti, fa bene sperare. In fondo la definizione di rivista di nicchia non ci dispiace, la cultura nasce sempre da gruppi ristretti che sanno ‘parlare’ e Filmcritica con i suoi 63 anni, parla. Tutti i grandi movimenti artistici, culturali e politici (vedi Il Manifesto) nascono dalle  riviste. In questo  l’Italia  ha una grande tradizione.

Ritrovare il gusto di acquistare la rivista in libreria è importante anche per il lettore, curioso di sfogliare, vedere, toccare  il cartaceo, conservare gli  scritti, collezionare le annate, ma per noi che viviamo la difficoltà finanziaria sulla nostra pelle, con aiuti  quasi a zero da parte dei Beni Culturali, l’importante è anche la fiducia del nuovo  lettore, la fiducia di chi, vedendo la rivista, decide di  abbonarsi ‘firmando’ un contratto per un anno, che ci permette una uscita serena.  La libreria è utile anche per iniziare una nuova conoscenza, per rendere viva la testimonianza, concreto un pensiero e affermare, con l’acquisto, o l’abbonamento, un atto critico. Attendiamo questa prova di amicizia, che in questi tempi difficili, è anche e soprattutto, un impegno politico. (e.b.)

Elenco LIBRERIE:

Libreria Fassi (Largo Rezzara 4/6, Bergamo)

Libreria di Cinema, Teatro e Musica (Via Mentana 1/c, Bologna)

Libreria Mel Bookstore Ferrara (P.zza Trento/Trieste (pal. S. Crispino), Ferrara)

Libreria Mel Bookstore Bologna (Via Rizzoli 18, Bologna)

Libreria Lettera 22 (Via E. Santacesaria 1, Mesagne)

Libreria UBIK (Via Galliano 4, Cosenza)

Anteo Service (via Milazzo 9, Milano)

Libreria dello Spettacolo (Via Terraggio 11, Milano)

Libreria Popolare di Via Tadino (Via Tadino 18, Milano)

Libreria del Cinema (Via Mentana 15/D, Como)

Broadway Libreria dello Spettacolo (Via Rosolino Pio 18, Palermo)

Libreria Grande di Calzetti e Marlucci (Via della Valtiera 229/L/P, Ponte S. Giovanni)

Associazione MAG 6 (Via Vincenzi 13a, Reggio Emilia)

Notorious Cinelibreria di Giovanardi Luca (Vicolo Trivelli 2/E, Reggio Emilia)

SAVE s.r.l. (V.le Ceccarini c/o Palariccione, Riccione)

Libreria del Cinema (Via dei Fienaroli 31 d, Roma)

Libreria Mel Bookstore Roma (Via Modena 6, Roma)

Libreria Fahrenheit 451 (Via Campo de’ Fiori 44, Roma)

Libreria Altroquando (Via del Governo Vecchio 80, Roma)

Cinema Nuovo Sacher (Largo Acianghi 1, Roma)

Cinema Teatro Farnese (Campo de’ Fiori 56, Roma)

Libreria Internazionale Koinè (Via Roma 137, Sassari)

Libreria Comunardi di Barsi Paolo (Via Bogino 2, Torino)

La Rivisteria s.n.c. (Via San Vigilio 23, Trento)

Libreria Einaudi di Paolo Deganutti (Via Coroneo 1, Trieste)

Libreria Friuli s.a.s. di GianCarlo Rosso (Via dei Rizzanti 1, Udine)

Galla Libreria (Corso Palladio 11, Vicenza)