Monthly Archives: febbraio 2012

QUESTO NON E’ CINEMA

Lo scrivemmo più di dieci anni in un numero speciale sulla mattanza di Genova. Forse è il caso di ripeterci. Questo non è cinema, ma la città di Homs in Siria. (l.e.)

CHE COS’E’ LA CRITICA CINEMATOGRAFICA?

Durante la breve discussione a margine della Giornata di Filmcritica, è stato a. c. a toccare un punto cruciale, dicendo chiaro che di fatto scrivere di cinema è di per sé un (o forse il) paradosso. Nell’ultimo numero di Filmcritica, un critico (uno scrittore?) come Serge Daney (di cui la rivista ha cominciato dal mese di dicembre la pubblicazione di alcuni splendidi inediti), sembra sulla stessa linea e giunge all’evidenza: “Il critico cinematografico è qualcuno che si è dimenticato di fare qualcos’altro”. (l.e.)

Dias de Nietzsche en Turin

il cavallo di Torino, prima dell’Ungheria : staffetta ideale Bressane/Bela Tarr.

a.c.

GIORNATA FILMCRITICA!

martedì 21 a Roma, Cinema Trevi, vicolo del Puttarello, 25

CARTA BIANCA/FILMCRITICA

R-Esistenza

Andate al cinema per resistere,

non rimanete passivi.

Siamo contro gli inganni

perché vogliamo la fantasia

Pierre Clementi nel prologo

de La sua giornata di gloria di Edoardo Bruno

«Filmcritica» resiste. «Filmcritica» esiste. Questa Carte Blanche testimonia della resistenza-esistenza di una rivista che, superati i sessant’anni, continua a rigenerarsi nella militanza, nell’idea di un cinema-pensiero, nella libertà e fantasia con cui l’atto critico si fa poetico-politico, un modo per “ri-guardare” e riscrivere film ci riguardino, e si riscrivono nell’attuale-virtuale che è l’“altro reale” del cinema. Abbiamo pensato a un percorso, lo abbiamo dedicato a film-registi amati, e implicitamente a una idea “altra” del cinema italiano (che in quanto tale pensiamo non esista, se non rossellinianamente, laddove non lo si aspetta, guardando verso il cosmo, nella cappella di Rothko, a Houston, o, straubhuillettianamente, nella radura di un bosco a Buti). Allora si va: da quel “cinema prima dei Lumière” che è La presa di Roma di Alberini, fino agli effetti speciali “aux bords de la politique” del geniale e indimenticato Grifi. Dal Rossellini “apolide” e spiazzante, che scava nell’atto mancato, di un film-“femme folle” come La paura, al cinema “come terapia” (secondo il titolo di un suo scritto su «Filmcritica» n° 433) de Il diavolo in corpo di Bellocchio, dove il “le fou” coniuga la potenza terroristica del femminile con la flagranza del corpo filmico-politico. Dalla piazza assolata di falci e martello della Sicilia! di Straub-Huillet, nella sequenza-film L’arrotino, alle strade-piazze-scale-altane dove si mette alla prova lo spirito della Comune e si mette in atto un abbraccio di amore-rivoluzione possibile-impossibile ne La sua giornata di gloria di Edoardo Bruno. Abbiamo così pensato (su una idea di Marina Delvecchio fatta propria dalla redazione e su invito della Cineteca Nazionale, che ringraziamo) una giornata «Filmcritica» (del resto con il blog “FilmcriticaRivista” ogni giorno dis-programmiamo sequenze-film sul web). “Corpo glorioso”, montaggio di “pensiero che muove”: il rischio di un cinema, senso in più che sorprende.

Bruno Roberti

su Filmcritica

Tutto si può dire meno che i suoi 60 anni non siano percorsi da una pluralità di storie, tali che qualcuno potrebbe ritenere perfino in contrasto tra loro: Rossellini e Hollywood, Bresson e Hitchcock, il grande cinema sovietico e il grande cinema americano, Pasolini e Orson Welles, de Oliveira e Clint Eastwood, Straub/Huillet e Godard, Raoul Ruiz e Gitai, oppure anche il cinema mainstream e quello sperimentale. Coppie di opposti che non sono opposti, alla prova della scrittura e della sensibilità filmica. Contro il cattivo cinema, il cinema pretenzioso, contenutistico, mero veicolo di ideologismi. Come dice Godard, il cinema non è un’arte né una tecnica, ma un mistero. E il mistero implica il rischio. «Forse – come concludeva Emilio Garroni in Estetica –, il senso è il rischio che non possiamo non correre, di cogliere la sensatezza, mentre la conquistiamo». Senso come rischio.

Alessandro Cappabianca

ore 17.00

La presa di Roma (1905)

Regia: Filoteo Alberini; fotografia: F. Alberini; scenografia: Augusto Cicognani; interpreti: Carlo Rosaspina, Ubaldo Maria Del Colle; origine: Italia; produzione: Alberini & Santoni; durata: 6’

La presa di Roma è il primo film prodotto industrialmente da una casa cinematografica, l’Alberini & Santoni, società fondata da Filoteo Alberini, vero e proprio pioniere della cinematografia italiana: già nel dicembre 1895 deposita il progetto del Kinetografo, macchina da presa e proiezione, simile a cinématographe brevettato dai fratelli Lumière solo qualche mese prima. Il film è stato restaurato dalla Cineteca Nazionale, partendo dal materiale nella Rivista Luce n. 4, contenente le scene più complete e più antiche ad oggi note del film. «La tecnologia digitale è stata […] adottata anche per il restauro complessivo del film, in quanto unico strumento in grado, sulla base dei duplicati della Rivista Luce, di stabilizzare l’immagine, correggerne i contrasti e il tono fotografici, pulirla per quanto possibile dalla miriade di graffi accumulati in un secolo di vicissitudini, aggiungendovi inoltre, con qualità d’immagine relativamente accettabile, il quadro fisso recuperato dal Bollettino del 1905. L’intero frammento è stato trascritto nei laboratori di Cinecittà dai duplicati negativi del 1935 in formato digitale a risoluzione 2K (2048 linee vertcali per 1556 orizzontali, oltre tre milioni di pixel complessivi) e, dopo il lavoro di pulizia dell’immagine e la ricolorazione dell’ultima scena come accennato, è stato ri-registrato su duplicato negativo in pellicola dal quale, dopo l’inserimento delle didascalie, sono state stampate le nuove copie» (Mario Musumeci). «Film “prima del cinema” in cui c’è già tutto, le riprese in studio e quelle “per le strade”, il senso della Storia come Attuale/Virtuale, persino il colore. Una idea di “documento fantastico” che prelude tanto al Rossellini di Viva l’Italia, quanto al Noi credevamo di Martone» (Roberti).

a seguire

La paura (1954)

Regia: Roberto Rossellini; soggetto: dal racconto Die Angst di Stefan Zweig; sceneggiatura: Franz Treuberg, Sergio Amidei, R. Rossellini; fotografia: Carlo Carlini; musica: Renzo Rossellini; montaggio: Jolanda Benvenuti, Walter Boos; interpreti: Ingrid Bergman, Mathias Wieman, Renate Mannhart, Kurt Kreuger, Luisa Vidor, Elise Aulinger; origine: Italia/Germania; produzione: Aniene Film, Ariston Film; durata: 82’

Irene è la moglie di un industriale farmaceutico. Ha un amante, Enrico. Ma il comportamento affettuoso del marito acuisce il suo senso di colpa. A complicare il tutto è una donna che le dice di essere stata l’amante di Enrico ed essendo a conoscenza della relazione clandestina di Irene, la ricatta. «Legare il cielo alla terra in una ricerca materialistica dove la spiritualità stessa si coglie attraverso atti reali, scarnificando all’essenza gesti e parole, sino agli atti disancorati dalla ragione e “diversi” nella loro innocenza, è il segno della poetica rosselliniana» (Edoardo Bruno). «L’essere, l’esistere, con Rossellini, dopo Rossellini, bisogna ora ritrovarli, trovare altre parole per dirli, parole sconosciute in una lingua sconosciuta. Cinema mai più ripetuto, film che non ha più bisogno del cinema e del filmare, per darsi ovunque, origine d’ogni sguardo, intenzione, rivoluzione, aspettativa, stimolo, nouvelle vague, underground, isolata telecamerina, singola rivendicazione di metodo…» (Lorenzo Esposito).

ore 18.45

La sua giornata di gloria (1969)

Regia: Edoardo Bruno; soggetto e sceneggiatura: E. Bruno; musica: Vittorio Gelmetti; montaggio: E. Bruno; interpreti: Carlo Cecchi, Philippe Leroy, Maria Manuela Carilho, Raoul Martinez, Sergio Sereafini, Angelica Ippolito; origine: Italia; produzione: F.C. Cinematografica; durata: 80’

Richard inconsapevolmente ha fornito preziose informazioni alla polizia che hanno portato alla morte di un ragazzo durante un atto di guerriglia urbana. Per riscattarsi agli occhi dei suoi compagni li convince a compiere una rischiosa azione terroristica. «“Noi che abbiamo voluto sulla terra edificare la gentilezza non potemmo essere gentili” (didascalia che chiude-apre il film). Film radicale, di stringente e struggente situazionismo, film che ci guarda e che vede i nostri sogni, realizzandoli in un tempo “anacronico”, in un senso quanto mai necessario oggi, del “comune”, e insieme della “singolarità”» (Roberti).

ore 20.15

Incontro moderato da Enrico Magrelli con Edoardo Bruno e la redazione di «Filmcritica»

a seguire

L’arrotino (2001)

Regia: Jean-Marie Straub e Danielle Huillet; origine: Italia; durata: 9’

«Una rivisitazione secca, rigorosa, essenziale, una scelta di paragrafi, di dialoghi duri, martellanti. […] L’arrotino è qui assunto a simbolo di un discorso politico, con quel suo arnese per arrotare montato sulla bicicletta, e il suo parlare in libertà di lame e di coltelli, per riaffermare la dignità e la fierezza dell’uomo in periodi […] in cui tutto sembra dissolversi in una molle insensatezza. Le ultime parole dell’arrotino “se ci fossero coltelli, forbici, punteruoli, picche e archibugi, mortai, falci e martelli, cannoni, dinamite” chiudono la rappresentazione in un grido di rabbia e di speranza. Nel silenzio, forse sin troppo spiegabile, della nostra intellettualità ed informazione (con qualche eccezione come «Il Manifesto»), Jean-Luc Godard ha scritto “Grazie per questi momenti di bellezza e di chiarezza in un mondo cupo e ottuso” (E. Bruno).

Ingresso gratuito

a seguire

A proposito degli effetti speciali (2001)

Regia: Alberto Grifi; coregia: Gianfranco Baruchello (per la parte su Man Ray); soggetto: da testi di A. Grifi, Man Ray, Aldo Braibanti; fotografia e montaggio: A. Grifi; interpreti: A. Grifi, Alessandra Vanzi, Man Ray, Aldo Braibanti, Lou Castel, Massimo Sarchielli; origine: Italia; produzione: A. Grifi, A. Vanzi; durata: 45’

Nella prima parte Alessandra Vanzi, Miss Ontophilogenesis, legge Man Ray. È seduta su un letto, le vediamo la schiena nuda – uno spettatore esperto potrebbe avvertire l’assenza delle chiavi di violino. Nella seconda parte Grifi commenta due vecchi cortometraggi: uno ritrae Man Ray nel suo studio di Parigi, mentre minaccia il regista con un bastone da passeggio riflesso su una lamiera metallica, come in un insegnamento Zen; l’altro riguarda il teatro di Aldo Braibanti. Nell’ultima parte, Grifi si rivolge alla macchina da presa riflesso in uno specchio deformante: parla di un mondo virtuale da contrapporre alla realtà dell’inquinamento, della violenza, della disoccupazione, del crimine, della mancanza di compassione e di vergogna. «Tenere duro. Così Alberto Grifi intitolava il suo scritto, quindici anni dopo La verifica incerta, per il numero 300 di «Filmcritica». Da sempre, tra i “nostri” registi, dopo Anna, segnalato dalla rivista come miglior film del 1964, i rapporti con lui erano assidui, festosi, commoventi. Sempre, per noi, Grifi costituiva una scoperta e una necessità, quel suo incessante lavoro a fabbricare attrezzi per fare cinema, per “riprendere” e proiettare, sul nervo di una visione d’avanguardia, sempre politica e militante, la verità del reale, ci esaltava e commuoveva» (Bruno).

Ingresso gratuito

a seguire

Il diavolo in corpo (1986)

Regia: Marco Bellocchio; soggetto: M. Bellocchio, Enrico Palandri; sceneggiatura: M. Bellocchio, con la collaborazione di Ennio De Concini; fotografia: Giuseppe Lanci; musica: Carlo Crivelli; montaggio: Mirco Garrone; interpreti: Maruschka Detmers, Federico Pitzalis, Anita Laurenzi, Riccardo De Torrebruna, Alberto Di Stasio, Catherine Diamant; origine: Italia/Francia; produzione: L.P. Film, Istituto Luce/Italnoleggio Cinematografico, Film Sextile; durata: 115’

Un giovane studente intreccia una storia con la figlia di un uomo ucciso dalle BR in procinto di sposare un ex-brigatista pentito. «Bellocchio riscopre il diavolo dentro di sé, si appassiona nel filmare la sessualità dei corpi femminili: essa ridà vigore e intesa al suo sguardo, stile al suo film» (M. Melani).

Ingresso gratuito

DIE LAGE, il nuovo film di Thomas Heise

La locandina del nuovo film di Thomas Heise

Nel suo nuovo film, Thomas Heise filma in maniera implacabile la macchina dello stato e lo stato come macchina. L’occasione è la visita di Benedetto 16 in Germania. Un film di un nitore osservazionale assoluto, che analizza in forme entomologiche l’articolarsi del controllo nel mondo contemporaneo. Un autentico film dell’orrore, retto da uno sguardo potente e oggettivo. Cinema ineluttabile. Per quanto tempo ancora la critica continuerà ad ignorare Thomas Heise? (g.a.n.)

AVANGUARDIA E POPOLARITA’: OSAMU TEZUKA

Ancora su avanguardia e popolarità. Mi capita di scoprire a Parigi, nell’ambito di una retrospettiva sull’immagine-manga, tutta una produzione sotterranea o parallela (non uso volutamente la parola sperimentale, che serve solo alle varie accademie o alle solite semplificazioni dei mass media) del grande cineasta e animatore e creatore di manga e produttore Osamu Tezuka (quello di Astroboy, Dororo, La principessa Zaffiro, Kimba il leone bianco ecc., i quali appunto non sarebbero lavori d’avanguardia perchè popolari…). L’unica cosa sperimentale di questi film è la semplicità con cui si mostrano geniali.

Due esempi qui sotto.

Il primo, Jumping (1984), sul salto (atomico) dell’occhio.

Il secondo, Broken Down Film (1985), sul salto (anatomico) del fotogramma.

l.e.

STEVEN SPIELBERG o del cinema

Nel corso degli anni abbiamo avuto anche divergenze con Steven Spielberg (per esempio Amistad, Salvate il soldato Ryan, Schindler’s List). Ma anche quando ci si ritrovava su posizioni lontane da lui, Spielberg continuava comunque a lavorare il cinema e l’immaginario collettivo con un rigore e una potenza teorica che le sue immagini esaltavano con un nitore abbacinante (basti pensare per esempio a A.I. Intelligenza artificiale). Curiosamente Spielberg, oggi, è un cineasta paradossalmente “dimenticato”. Sia dalla critica maggioritaria, che ormai lo ritiene acquisito e quindi scontato, che dal pubblico, che gli preferisce altro. Con War Horse, il regista conferma invece, ancora più che in passato, la sua vocazione squisitamente classica (che nel penultimo Tin Tin) veniva rielaborata come vertigine paramnestica e reinvenzione plastica e digitale. In War Horse Spielberg dimostra di essere degno erede della grande stagione classica hollywoodiana. Il suo film, infatti, omaggia John Ford, Victor Fleming, Michael Curtiz, Abel Gance senza mai cedere alla tentazione della calligrafia. Per Spielberg il mondo si racconta attraverso il linguaggio dei maestri e, il cinema, non è che uno solo (anche se poi Spielberg sa benissimo che le tecnologie avanzano e lo statuto ontologico, e quindi politico, delle immagini cambia). War Horse è l’apoteosi del cinema classico spielberghiano. Una lezione di stile immensa. Un film volutamente, scandalosamente inattuale. E pertanto modernissimo. (g.a.n.)

FILMCRITICA N. 621/622

E’ in uscita il nuovo FILMCRITICA!

In questo primo numero dell’anno:

Un excursus sul cinema americano vecchio e nuovo: da Spielberg a Homeland

– Discussione sul 3D a partire da Hugo Cabret di Martin Scorsese

– Film di tendenza:

J. Edgar di Clint Eastwood

Turin Horse di Béla Tarr

Cave of Forgotten Dream di Werner Herzog

– I migliori film del 2011

ABBONATEVI A FILMCRITICA!

Abbonarsi è facile. I vostri versamenti potrete effettuarli sul numero di cc postale 87191714 intestato a THESAN & TURAN S.R.L. Via San Donato 12, 53045 Montepulciano (Siena).

L’abbonamento annuo italiano è di 50 euro ed è un modo sicuro per ricevere la rivista.

 

POESIA PESSOA

Il grande cineasta brasiliano Julio Bressane, di cui è stato presentato a Rotterdam l’ultimo magnifico Rua Aperana 52, una corsa biografica di istinto warburghiano, una sorta di auto-mnemosyne che rimette in circolo tutto il suo cinema, ha inoltre quasi terminato il montaggio di un film su Fernando Pessoa.

Rua Aperana 52

 

A lungo siamo rimasti a parlare del Poeta. E fra le cose dette è rimasta questa traduzione – noi che traduttori non siamo – di uno dei 35 sonetti, fatta per avvicinarci alla parola che sempre ci manca.

 

Quando penso che il mio più misero tratto resterà

Nel Tempo più che tutta la mia opera,

Che occhi futuri mi percepiranno più chiaramente

In questa pagina vergata che nella mia vera anima;

Quando immagino di mettermi a guardare

Dei miei buoni lettori in qualche dimensione futura

Riconoscenti per qualche idea del mio essere

Che non fa neppure rima con la mia anima perduta:

Una rabbia per l’essenza stessa del mondo,

Che questo fa a noi, o lo rende anche solo pensabile,

Prende la mia anima per la gola e la precipita

Negli orrori notturni di disperate ipotesi,

E io divento pura collera

Cui mancano le parole che, smarrite, la placherebbero.

Fernando Pessoa

l.e.