Un’intervista (telefonica) inedita di Rob Zombie

Tra i registi statunitensi che tentano di muoversi nell’alveo dei filoni di genere, Rob Zombie, nonostante i suoi evidenti limiti, paradossalmente, risultano tra i più interessanti. Come notavo in un breve intervento sulla nuova Close Up di Giovanni Spagnoletti,

“Non meraviglia dunque che in questo panorama abbastanza sconfortante sia un cineasta proveniente dal mondo della musica rock come Rob Zombie, legato feticisticamente a un’immaginario che senza soluzione di continuità si estende dalla mitologia in bianco e nero dei classici Universal a titoli come The Corpse Grinders, Astro-Zombies e La rabbia dei morti viventi (ossia I Drink Your Blood), a fare una differenza per quanto minima.

Come Tim Burton, anche Rob Zombie è essenzialmente un cineasta vincolato a un immaginario decisamente immutabile. Ciò che sta a cuore a Zombie è la ripetizione dell’identico (ossia riaffermare le ragioni sentimentali di un universo adorato con il trasporto adolescenziale caratteristico del nerd intrappolato nella sua cameretta tra heavy metal, fumetti e film, cosa che in realtà tutti, più o meno, siamo in grado di comprendere…).

Rispetto a Burton, però, possiede uno straordinario orecchio antropologico per il ritmo delle battute, un compiaciuto piacere per la brutalità coprolalica e, soprattutto, una comprensione viscerale della provincia americana e della sua fascia di popolazione più povera, ossia la fascia cosiddetta “white trash”.

L’approccio di Zombie al white trash è profondamente ancorato a un’iconografia più che a una cultura o a una tradizione (simile in questo al rapporto iconografico che Burton intrattiene con il gotico). Ciò che rende a tratti credibile questo approccio manierista a un mondo (che invece William Friedkin con il dittico Bug e Killer Joe esplode senza pietà), è la sua capacità, se non di ascolto, di riproduzione di atteggiamenti, tic linguistici e l’intuito di cogliere, fisionomicamente, i tratti salienti di un’umanità alla deriva. A tutt’oogi non vi è ancora nulla nel lavoro di Rob Zombie che vada al di là dei suoi dichiarati modelli degli anni Settanta (in primis il Tobe Hooper di Non aprite quella porta e Quel motel vicino alla palude), ma l’arroganza giubilatoria messa in evidenza depone se non altro a suo favore.

Proprio il tanto contestato dittico dedicato al rifacimento del capostipite carpenteriano della saga di Halloween, offre interessanti spunti di riflessione. Diviso nettamente in due il primo film della serie diretto da Zombie sembra più immaginare come potrebbe essere stata l’infanzia di Leatherface (il protagonista di Non aprite quella porta) che sforzarsi di comprendere la pura potenza iconica astratta di Michael Myers. Myers, come dimostra Carpenter, è una cosa, una funzione. Zombie, incapace di rapportarsi a questo livello di astrazione teorica di Carpenter, sposta Halloween sul terreno di Tobe Hooper (del quale però gli manca l’approccio schiettamente politico, problema non da poco). Se nonostante questi limiti sommariamente esposti il film funziona comunque, dipende proprio dalla straordinaria capacità di orecchiare di Zombie (tipica dei rocker, i riff si ripetono par coeur…). La prima parte di Halloween, infatti, nella sua disturbante violenza verbale (senza contare il micidiale incipit su God of Thunder dei Kiss), dimostra se non altro la prossimità sentimentale del regista a un mondo al quale ritorna ossessivamente come a una sorta di Eden perduto. E nonostante Zombie faccia investire Michael Myers da El Superbeasto (protagonista del suo omonimo cartone), la tentazione di portare a compimento la sua personale visione di Halloween è irresistibile. Zombie accetta quindi di realizzare un seguito del film esclusivamente per dare finalmente corpo a tutte le idee restate inesplorate nel corso del primo film. Non è un caso che Halloween II si porti immediatamente dalle parti de La casa del diavolo, a tutt’oggi il lavoro più riuscito e interessante di Zombie. Anche se il film risulta più che altro un approccio calligrafico al genere, proprio come la musica di Zombie, un precipitato di metal, hard-rock e bubble gum glam da FM, ciò che emerge è se non altro un genuino trasporto adolescenziale per il proprio universo di riferimento e una determinata e caparbia ferocia nel difenderlo a tutti i costi.

In questo senso, con tutti i loro limiti, film come La casa del diavolo e Halloween II, confermano se non altro l’esistenza di un immaginario che, per quanto formattato, a suo modo si oppone a un’evidente tensione maggioritaria dell’horror contemporaneo. Senza contare che la violenza che Zombie porta con tanto piacere sullo schermo è lontana da ogni forma di edulcorazione e che un finale come quello dei Devil’s Rejects, con i Lynyrd Skynyrd che si librano in volo mentre i “cattivi” si allontanano in macchina “free as a bird” ha fatto storcere la bocca a più di un critico. Sarà quindi anche un immaginario derivativo e di secondo grado, ma Rob Zombie ai suoi personaggi ci crede e se ne prende cura. A volta basta poco, per ipotizzare che potrebbe esserci dell’altro nel mondo di Zombie. Soprattutto se si considera che non sono poi  tantissimi i registi come Kevin Smith che hanno il coraggio di realizzare film dichiaratamente estremi come Red State.

Di seguito l’intervista a Zombie nella quale, però, l’argomento è scivolato spesso è volentieri sulla musica.

“Quello che adoro dei Rolling Stones è che quando li vedi ridono sempre”, dichiara Rob Zombie. “A loro piace essere delle rock star. Si divertono a essere la più grande rock band del mondo”. Dall’altra parte dell’Oceano Rob Zombie è di buon umore. Stakanovista delle pratiche basse e bassissime, diviso fra musica, cinema e animazione, senza contare i tatuaggi, i fumetti e altre diavolerie, ha appena finito il suo nuovo film, la saga d’animazione distribuita direttamente in dvd The Return Of El Superbeasto, e un nuovo album. Come ogni zombie che si rispetti, anche Rob non dorme mai. Il suo nuovo album Hellbilly Deluxe 2, distribuito in Italia dalla Roadrunner, ha messo d’accordo tutti. Sia le alte sfere dell’intellighentsia metal che gli snob a oltranza. “Non ho avuto nessuna fretta né pressione per fare questo disco. Abbiamo lavorato con grande tranquillità. Hellbilly Deluxe è stato il mio primo disco solista, il primo dopo lo scioglimento dei White Zombie e mi piaceva l’idea di riallacciarmi a quell’esperienza”. Il nuovo album (ci piace continuare a chiamarli così anche se sono soprattutto CD), ancor più dei precedenti, possiede una fortissima impronta visiva. Come se fosse un film messo in musica. “Mi sa che deve essere proprio vero perché non sei l’unico che me l’ha fatto notare. D’altronde io ho sempre lavorato così. Ed è anche vero che quando faccio un film lo penso quasi sempre in termini musicali”. Nel nuovo disco è evidente l’influenza della musica garage degli anni Sessanta. Dalle band antologizzate nello storico Nuggets da Lenny Kaye per giungere sino ai Fuzztones. “Io adoro la musica garage degli anni Sessanta”, s’entusiasma Zombie. “Mi piace da morire il suono di quei dischi ruvidi e diretti e così low-fi. Tutto il contrario della musica attuale leccata e curata in ogni dettaglio”. Un’altro aspetto che caratterizza le nuove canzoni è il profondo feeling sudista che trasuda tra gli assalti all’arma bianca garage. “Beh non è un mistero che amo il rock sudista. I Lynyrd Skynyrd sono una delle mie band preferite e con John 5 (ex Marilyn Manson, ndr.), il mio chitarrista, che è davvero bravissimo, posso avventurarmi a esplorare l’aspetto più evocativo del sound sudista. Come il riffing serrato, il twanging (l’effetto morriconiano o western canonizzato da Duane Eddy ndr.) o le svisate slide. Si tratta di musica che ho sempre amato e che mi piace introdurre nelle mie canzoni”. Una della caratteristiche più evidenti del nuovo disco è che chiaro che si tratta di un disco felice. La passione nell’esecuzione dei brani, anche quando il volume di fuoco è alto, non lascia trapelare nessuna vibrazione negativa. “Sono molto contento che tu abbia notato questa cosa. Sai ciò che mi sta a cuore è essere un musicista rock a tutti gli effetti. Molte band attuali hanno dimenticato questa semplice componente della musica rock. I metallari sono sempre negativi. I grungers invece sempre sull’orlo del suicidio. Io voglio invece recuperare una dimensione da rock band classica. Come lo erano i Mott The Hoople (band per la quale David Bowie scrisse il classico All The Young Dudes, ndr.). Oggi invece molte band metal sono pesantissime e cattive ma non hanno “groove”. I miei modelli sono altri. Alice Cooper, gli Slade, i T. Rex”. Eppure il tuo disco picchia durissimo come sempre. “Non sono un amante del metal in particolare. Io amo il rock. Nella mia band non ci sono metallari di stretta osservanza. Siamo tutti rockettari. Ci piace la musica tosta ma che abbia un tiro e un ritmo”. Quindi questo è il disco del conseguimento della maggiore età? “Mah, non è che mi preoccupi particolarmente. Mi sono divertito moltissimo a scriverlo e a suonarlo e mi piacerebbe che fosse percepito come un disco rock a tutti gli effetti. Sono molto soddisfatto della mia band attuale. Anche se il disco è a nome mio, mi piace considerarlo il lavoro collettivo di una vera band”. Una delle canzoni più immediate del nuovo album è Werewolf Women of the SS ci puoi dire se il trailer visto in Grindhouse diventerà un film? “Mi piacerebbe moltissimo farlo. Ma temo che non vedrà mai la luce. Si tratta di roba di cui hanno i diritti i Weinstein (la Miramax, ndr.) e non credo proprio che la cosa si possa sbloccare in tempi brevi”. In Gran Bretagna sta per uscire in DVD The Return of El Superbeasto, il tuo primo film di animazione. Si tratta dellla medesima versione distribuita negli Usa o presenterà dei tagli? “Per quanto ne so io si tratta della stessa versione. Non ho fatto nessun taglio. Ma ignoro se qualcuno abbia apportato dei tagli a mia insaputa. Mi auguro di no”. Per quanto riguarda i prossimi progetti cinematografici? “Al momento non ci penso. Adesso voglio concentrarmi sulla promozione del nuovo disco e a suonare dal vivo. Poi si vedrà. Non c’è nessuna fretta”. Ti vedremo dal vivo in Italia? “Qualche possibilità c’è. Mi piacerebbe molto suonare nel vostro paese. Stiamo pensando ad alcune date a settembre o a ottobre ma siamo ancora in alto mare per quanto riguarda la decisione finale.” (g.a.n.)

 


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