the turin horse

Si può dire che pensasse Nietzsche, una volta caduto in quella quieta follia dopo l’episodio del cavallo di Torino (3 febbraio 1889)? A cosa pensava? Come pensava? Soprattutto, si può ancora utilizzare il termine “pensiero” per indicare il pensiero d’un pazzo, un pensiero che gli sfugge da tutte le parti, che lo eccede, sul quale non ha più alcun controllo? (Carmelo Bene lo chiamava “depensamento”, sulla scia di Bataille. Stesso problema di Artaud).

Stando al film di Béla Tarr, l’abbraccio del cavallo a Torino non sarebbe stata la prima manifestazione della pazzia di Nietzsche, ma l’ultimo atto savio d’un uomo che presentiva l’arrivo della pazzia: un passaggio di consegne, una trasmissione del testimone. Come se, da allora in poi, non si potesse più pensare se non per tramite di un animale, non un animale-filosofo da favola, tuttavia, non un animale parlante, e neppure un animale che ci ponga il problema di interpretare il suo enigmatico mutismo. E’ come se di questo silenzio non ci restasse che prendere atto, come dell’improvviso silenzio dei tarli, che hanno smesso di rodere le travi in legno della casa degli Ohlsdorfer.

a.c.

(continua su Filmcritica)

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