corpo celeste

Si può apprezzare un film soltanto per il suo titolo?

Soltanto per il suo titolo, forse no. Ma soprattutto per esso, forse si – perché allora i gracili pregi di un’opera prima (e anche i suoi difetti) possono essere riletti come alla luce di una lampada discreta che, a distanza, ne ridisegni i contorni, fornendo loro ragioni inaspettate.

Tanto più che il contenuto del film non ha rapporto col contenuto del libro di Anna Maria Ortese, che tutto è meno che un romanzo. Non si racconta una storia, nel libro come nel film, salvo forse quella della progressiva consapevolezza, da parte di un corpo femminile, d’essere su un corpo celeste chiamato Terra, d’essere esso stesso corpo celeste , con la conseguente meraviglia, l’emozione della scoperta.

Per Marta dunque, come accadde per la Ortese bambina, i corpi celesti aprono le grandi mappe dei sogni, malgrado lo sfascio cui gli uomini hanno provveduto a ridurre il pianeta, con l’attiva complicità di tutti i don Mario.

Gesù arrabbiato, disperato, più volte abbandonato, è rimasto in quel villaggio/fantasma dell’Aspromonte, dove non c’è più nessuno, salvo un vecchio prete mezzo pazzo, molto diverso da don Mario. Poi preferisce galleggiare sull’acqua, prima di affondare.

A. C.

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