PUNTO DI VISTA

Shutter Island

The Ward

Sull’ultimo numero di “Filmcritica” (614) Alessandro Cappabianca acutamente scrive: “Si è parlato di qualche somiglianza tra questo universo claustrofobico (The Ward, ndr.) e l’isola/manicomio di Shutter Island. Nel film di Scorsese, in realtà, la trama stessa era la messa in scena d’una terapia, sia pure folle, mentre qui sarebbe la follia a mettere in scena una trama, a immaginare le avventure dei propri stessi fantasmi, in quanto prodotti dal trauma: le ragazze, compresa la mostruosa Alice, non sarebbero che le proiezioni della mente di Kristen”.

Mi pare un passaggio cruciale. Avevo altrove notato lo strano effetto che si produce alla seconda visione di Shutter Island. Tutto ciò che la prima volta, della trama-terapia, si è naturalmente portati a guardare con gli occhi del protagonista Di Caprio, cioè dal punto vista più in soggettiva possibile, alla prima rivisione, conoscendo a questo punto sia la trama che la terapia, automaticamente si sposta sui medici-sceneggiatori. E, sorpresa (ma direi: delusione), ci si sente a casa, protettissimi, dalla scoperta che il film è costellato di indizi, cioè di sguardi, ammiccamenti, tensioni che rivelano sulle facce dei medici sia la trama che la terapia. Curiosamente Scorsese tiene in piedi contemporaneamente entrambe le visuali, solo che l’accecamento (il non accorgersi del punto di vista dei medici) dura una sola visione, e tutto in seguito, benchè a suo modo di appassionante proliferazione, diventa chiaro, esplicito, lampante.

Shutter Island

The Ward

Cosa accade invece nel film di Carpenter, dove è “la follia a mettere in scena una trama”? Succede che Carpenter conosce o ha compreso meglio di Scorsese il segreto del cinema americano: il movimento, anche il più evidente, non si deve vedere. Ma c’è. Succede che il punto di vista è subito e sempre paranoico e cieco (vedi titoli di testa) e che, soprattutto, non ci è mai dato sapere cosa vedono i medici (anzi, quelli di Scorsese vedono, quelli di Carpenter, con immensa intuizione filmica, adottano il punto di vista della ‘malata’: cioè sono ciechi, ma di una cecità che procura visioni abissali). Così a rimanere davvero cieco, cioè visionario, è chi guarda (ed ecco il perchè del discorso parallelo compiuto da Carpenter col doppio fondo fatto di inquadrature sul vuoto, di marca quasi concettuale: corridoi, stanze, sottoscala, vetrate). Ma la grandezza di Carpenter è tutta qui: mentre Scorsese aspira a una visibilità assoluta, quand’anche splendidamente frammentaria e schizzata, Carpenter evoca l’invisibile, anzi ci dà il visibile come trama dell’invisibile. Shutter Island lo si può vedere due volte: The Ward mille.

l.e.

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