HABEMUS PAPAM

Parafrasando Deleuze*, le istituzioni sono pratiche, meccanismi operativi, che non ‘spiegano’ il potere, perché fissano i rapporti in una funzione riproduttiva e non produttiva; rituali ripetitivi, operazioni di conteggio, votazioni che sfiniscono i partecipanti e che si concludono, a volte, nella loro imprevedibilità, anche quando sono guidati da precise tensioni politiche . Nanni  Moretti, inizia  Habemus Papam  partendo da questi ‘segni’, che sono anche rimandi allegorici, mettendo in scena  l’elezione di un Papa nella maniera più semplice, con i cardinali costretti (come bambini?) nel chiuso di una grande cella, alle prese di un voto che, nella meccanica ripetitiva, si risolve a sorpresa, come accadde ‘storicamente’  con papa Luciani, in una elezione inaspettata.

Nanni Moretti entra nel pieno dell’ambiguità del barocco, giocando col rosso degli abiti cardinalizi e  il nero delle immagini illividite del funerale dell’ultimo papa, e con la figuratività  fittizia di una messainscena grandiosa – la falsa Cappella Sistina – che illumina la fantasia di un reale, divenuto allegorico. Scruta nel rito, gioca con le ipocrisie, afferra, con la concisione della brevità del suo stile, il dramma del personaggio del papa, colto nell’imperscrutabile inconscio, che  lo costringe all’appartarsi e al rifiuto. Costruisce il personaggio attorno al nome emblematico del grande Melville, al ‘no’ urlato del suo  Bartleby o alla ambiguità di Pierre (Pierre o le ambiguità) che affonda il proprio scandaglio  sino al negativo della rinuncia. (“Sono tra coloro che non possono condurre ma devono essere condotti” ).

Il ‘viaggio’ del papa attorno al Vaticano, per le strade di borgo Pio, lo sguardo perduto ma fermo di Michel Piccoli, che ricorda il profilo di Wojtyla, ma anche il suo carattere  impulsivo e nervoso, e la  mancata vocazione a diventare  attore (“da giovane volevo entrare all’Accademia”), sono il coup de  thèatre  di una  trattazione teorica in cui Moretti inscrive il suo film. Quel Cechov recitato da un attore impazzito, giù per le scale di un albergo-pensione, dove si erano riuniti per le prove e poi quel Gabbiano  gridato, inscenato in un teatro che, piano piano si riempie di suore, di cardinali, di gente  eccitata e plaudente che ritrova il papa tra gli spettatori, sono l’elaborazione gnoseologica di un percorso, che già con La messa è finita delinea la laicità di Moretti. Che,con quel sorriso del papa, che illumina  la zona liminare di inesplicabilità, condensa il segno di una continuità di pensiero che astringe i suoi film.

e.b.

*Gilles Deleuze,Foucault,Les éditions de Minuit, Paris1986

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Commenti

  • ANTONIO FEDELE  On maggio 13, 2011 at 5:16 pm

    RITENGO HABEMUS PAPAM L’ENESIMO CAPOLAVORO DI MORETTI; CREDO CHE IL FILM ABBIA COMUNQUE NECESSITA’ DI ESSERE VISTO PIU’ VOLTE PER COMPRENDERNE APPIENO LE SFUMATURE PIU’INTIME
    ANTONIO F.

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