Pietro, auguri da tutti gli amici di Filmcritica

Ingro

auguri Quentin ( oggi compie 53 anni )

” …Ma quello che intriga in Tarantino è anche il suo rinchiudersi negli spazi, non nel senso del beckettiano ‘ Le jene’, in cui tutto si svolgeva in quel set maestoso e crudele, in una sorta di riserva di immagini dove il significato assurge a un linguaggio secondo, metaforico e astratto, ma proprio nel senso quasi letterale di condensazione degli spazi- paesaggi, aereoporto, supermarket, uffici – di ‘ Jacky Brown ‘, dove si attua e si risolve la drammatizzazione della Grande Scena, in un labirinto mentale. Costruito sui modelli ancora di un cinema classico il film è un teorema, un gioco ad incastri, un ingresso nel virtuale, reso solido da una serie concatenata di piani, in cui agiscono i vari personaggi – ancora ‘ figure’ – che fondano l’ immagine dentro la materialità dei volti e al tempo stesso in una digressione sulla dimensione umana, sulla malinconia, la solitudine e la violenza date come forme enigmatiche e contraddittorie dell’ esistente..” ( E. Bruno, Ritratti Autoritratti )

a.p.

cut/cat/marker

a.p. ( ringrazio Grazia Paganelli per la segnalazione )

ricordando Gian Vittorio Baldi,

che ci ha lasciato da poco, e con lui Rossellini Pasolini e Straub

a.p.

premio svizzero, ringraziamenti, morto o vivo

ritorno al corto, l’ ultimo Godard

a.p.

Una mort à crédit

Mentre prepariamo il numero 654 di Filmcritica, di seguito un’anteprima con la recensione di Edoardo Bruno al nuovo e bellissimo film di Michael Mann: Blackhat

Un salto nel cyber spazio, tra ricordi senza memoria, alla ricerca di codici impazziti, in una rincorsa contro il tempo. Un’avventura tradizionale, anche classica, costruita nell’ambiguità dei rapporti tra un giovane americano e una ragazza cinese, una mort à crédit rivissuta nella violenza e nella paura di un mondo impazzito alla ricerca di un colpevole virtuale.
Esplode in Cina la centrale nucleare di Chai Wan e un episodio di hackeraggio sui mercati finanziari sconvolge la Borsa di Chicago: attacco misterioso che coinvolge due Imperi, due Servizi Segreti, Cina e Stati Uniti e la logica imperfetta di un’indagine che oltrepassa i confini e si allarga attraverso letture incrociate di una serie di cifre computerizzate, allucinanti. Ogni spostamento racchiude un ciclo, ogni ciclo un’epica tra la ragione in cerca di un senso e l’irrazionalità dell’esistente, in cui l’affanno e l’insicurezza rivivono negli occhi e nello sguardo della giovane ragazza, sempre nel panico di un futuro improbabile.
Blackhat è una conferma stilistica autoriale, Michael Mann costruisce un film di soli primi piani, addensa i volti dei protagonisti in uno spazio senza prospettive, come appiattito, senza aria, per poi lanciarsi in ‘sguardi’ lontani, in visioni aeree: grattaceli, acque, cieli e territori notturni, Malesia, Indonesia, in un montaggio rapido, d’azione. E qui durante una festa spettacolare, piena di colori, enigmatica nei segni, ‘cerimoniale’ nell’affondo nel mito, e nella moritat scespiriana degli avversari, conclude, in un abbraccio finale, una storia non-storia, di insicurezze e di affetti.

e.b.

Il ritorno delle ceneri

Di seguito la recensione di Edoardo Bruno su Il segreto del suo volto (Phoenix) presente nella sezione FILM DI TENDENZA del numero 653 di Filmcritica

Un sentore di clinica, avvolto nel giallo luminoso e perverso, un via-vai di volti fasciati, come Les yeux sans visage di Georges Franju, una ricerca frenetica di senso, tra realtà e fantasia, questo l’incipit narrativo del film. L’azione si svolge in una città ancora devastata dalla guerra, vista come un paesaggio espressionista dominato dal rosso all’esterno e dal bianco delle abitazioni lineari, illuminate da una luce chiara, all’interno.
Franju è un inizio sviante, infermiere e pazienti con il volto fasciato di bianco immettono in un universo dove il reale ha una forma d’apprensione, l’ignoto copre un passato di campi di concentramento e l’insolito muove la ricerca di un’investigazione.
Due donne, i temi dell’oggetto e della fantasia, sono alla ricerca di una vita ritrovata dalla più giovane che, dopo l’operazione, torna ad avere un volto quasi normale ma non una ‘propria’ memoria. Il film è la ricerca di questa memoria, di un punto di equilibrio ancora in bilico, tra incontri e ricordi. La città, attraversata da macerie e soldati occupanti, di notte è dominata da Phoenix, un bar-cabaret, un non-luogo struggente dove due ballerine cantano in tedesco Notte e dì di Carl Porter, una rivisitazione alla Fassbinder (Lili Marleen), un abbraccio alla malinconia (l’amore è una scintilla che passa), un brivido d’emozione.
La dicotomia degli ambienti diviene il dato fisico di una ricerca al limite del possibile, sulla traccia di una memoria trascinata verso un verosimile che incombe in un solare paesaggio boschivo.
Christian Petzold in questa corsa contro il tempo dilata gli spazi ed estende il momento della gioia in un attonito, quanto ambiguo, abbraccio finale. Ma è proprio questo incontro e rientro in famiglia a diffondere il gelo, ancora una volta un richiamo a Fassbinder, al suo storicismo estetico, alla drammaturgia dei colori, alle canzoni, ai vestiti, retaggio di un dato introverso, di una dialettica della psychè e della physis dell’individuo e, in definitiva, del marginale e della società.

e.b.

la voce di Mann

su Blackhat

a.p.

ieri Bernardo Bertolucci ha compiuto 74 anni

” ‘ Fare dei film’ diventa un modo di comprendere la realtà, uno stimolo al ragionamento. Dice Bertolucci a questo proposito : ‘ Faccio i film non per esprimere pensieri ma per pensare, ed è questo il caso di’ Prima della rivoluzione’, assolutamente, ed è per questo che il film continua ancora a divenire in me. E’ molto importante questa meccanica, fare i film per capire prima che per imporre’. Se per Bertolucci ‘ Prima della rivoluzione’ ha costituito un momento della ricerca, della organizzazione intellettiva, l’ occasione di un incontro con il mondo polivalente delle cose e dell’ ideologia, per lo spettatore il film è apparso come un’ analisi appassionante, un discorso soggettivo sull’ età presente, un arresto nel tempo, nel momento fuggevole della giovinezza, in cui memoria e rimpianto diventano elementi di una crisi ideologica in atto. Se ‘ La comare secca’ ci è parso più incidente in questa nostra realtà contemporanea per lo stupefacente senso carnale delle immagini,legate alla scoperta dolorosa di certi canti pasoliniano, dei visi, dei gesti fisicamente riproposti, ‘ Prima della rivoluzione’ apre un discorso che effettivamente continua nella sua incessante interrogazione a proporci attivamente il valore dell’ ambiguità” ( E. Bruno )
Nel link il film intero ( purtroppo ) con sott. giapponesi

a.p.

national gallery

 

 

 

 

 

 

 

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Il Museo è un attivatore di sguardi – sguardi degli osservatori verso i quadri, sguardi dei quadri verso gli osservatori. Nella molteplicità di sguardi, l’unico proibito (secondo la pratica consolidata di Wiseman) è quello verso la mdp, che deve sempre, a costo d’una selezione drastica del girato (più di 300 ore, rispetto a 3 ore di proiezione), passare per invisibile. Perché? Perché uno sguardo è tale solo se non si lascia cogliere altro che in segreto. La mdp, si potrebbe anche dire, non è che un quadro vedente tra i tanti, un quadro che guarda, ma da parte sua invisibile.

a.c.

 

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