Auguri di buon compleanno! Caro Alessandro

da tutta la redazione di Filmcritica

Lettera aperta

Caro lettore,
abbiamo mantenuto l’impegno per più di settanta anni, sembra incredibile per una rivista senza editore avere attraversato periodi di grande fervore artistico e politico. Abbiamo attraversato montagne di indifferenza e di critica e siamo diventati un punto di riferimento concreto. Come abbonato sei rimasto fedele, in contraddizione con la cultura ufficiale ancora legata ad una interpretazione dei fatti in grado di cogliere le trasformazioni che la cultura e il pensiero invece premevano. Filmcritica ha colto l’attimo della trasformazione costruendo una minoranza intellettuale non sempre seguita. Le librerie hanno smesso di venderla per l’alta resa, gli abbonati sono scesi a poche decine, editorialmente la rivista è stata sempre in passivo. Eppure ce l’abbiamo fatta. Dall’alto della stagione in continua trasformazione i nostri settecento numeri confermano il rigore di “un pensiero che muove”. Non è una lettera di sconfitta anzi è un modo di attraversare il passato per un futuro migliore. Da qui l’architrave di un’opera come il barocco di Benjamin come premessa di un futuro possibile. Il volume che stiamo preparando, il “Settecento” è un volume che pur raccogliendo molto del passato, sarà una sorpresa per tanti. Volevamo continuare, dando alla rivista un carattere trimestrale, ma purtroppo il numero degli abbonati non arriva neanche a un centinaio e per questa ragione mi sembra un’inutile sfida continuare. Filmcritica resterà aperta sia sul blog, sia più profondamente sul sito con il quale aggiornarsi sui film di tendenza e sul rinnovarsi continuo dei nuovi linguaggi. Il Settecento libro è già prenotato soprattutto all’estero dagli autori che abbiamo sempre seguito e comunque sarà inviato a quei pochi abbonati ancora esistenti.

Il Direttore Edoardo Bruno

su “Hammamet”, un film molto dibattuto

Era da “Lamerica” che non vedevo un film di Gianni Amelio cosi’ politico nel suo essere intimo, dolcemente privato, depistante, ambiguo, continuamente spiazzante. Tutti recitano, a vista, dei ruoli tragici, in mancanza dei veri Nomi, in primis quello del Padre, in attesa di una morte che significa ‘soltanto’ fine del movimento di un corpo, di una ‘stazza’, del corpo di un ex Potente, di un Presidente che non e’ più. Tutti recitano una parte, dandola a vedere, tutti, non solo Favino, sono simulacri di ruoli e immagini condannate dalla Storia, senza possibilità di redenzione, tutti, non solo Favino, sono maschere nude e cieche alla ricerca di un senso, di un presente (giustamente) negato, sembianze di una famiglia (giustamente) prigioniera di una casa fortezza dove nemmeno il gran cinema noir, melodrammatico, western, intravisto in TV, puo’ restituirle una parvenza di autenticità. Hammamet come un palcoscenico dove nessuna commedia si può più recitare, dove tutto e’ trucco, finzione, dove i tartari arrivano in motocicletta, dove un ferreriano carro armato esposto al sole parla di una guerra che non e’ ancora finita, di riprese video interrotte, di fine, di morte, fisica o mentale.Hammamet come non luogo dove parole, canzoni e silenzi si addensano per colmare, invano, il vuoto della politica, dell’umano, del sentire, e del vedersi.

Andrea Pastor

Pensando a Lorenza Mazzetti (Roma 26 luglio 1927-4 gennaio 1920)

a.p.

per Anna Karina che ci ha lasciato ieri

“La ragazza che fissò Giovanna d’Arco”: la ricordiamo così Anna Karina, sperduta, sola, in un interno di cinema mentre piange osservando il primo piano della Falconetti nel film di Dreyer. Ma anche quando, di profilo, canta una poesia di Aragon su un bus; o quando balla il jazz al suono del juke box, e tutti gli uomini che giocano a biliardo o parlano seduti al tavolino non possono fare a meno di guardarla, e la macchina da presa si muove anch’essa contagiata dalla leggerezza di quel corpo meraviglioso. O quando si lancia, in auto, contro la superficie del mare azzurro, insieme a Pierrot. O quando visita, insieme ai suoi due amici, il Louvre in meno di nove minuti e quarantacinque secondi, in una corsa a perdifiato che contiene tutto: il trionfo della giovinezza, il sapore amaro dell’istante che dopo un attimo è già perduto, lo splendore del gesto gratuito che termina con il respiro affannato e con il sorriso. Lei che, come diceva Godard, era un corpo e uno sguardo che appartenevano a un cinema che non esisteva più, quello del Muto. Ma è anche la ragazza innamorata di tutti i malviventi dei B movie, il viso i cui occhi risplendono sempre in fondo al buio, la voce dolcemente infantile che canta Ma ligne de chance e che in Alphaville dice “Innamorarsi? Che significa?
Nella scena finale del film, asfissiata per l’assenza di luce, è condotta in auto, di notte, da Lemmy Caution lungo peripatetiche strade labirintiche e attraverso lo spazio siderale, in un infinito viaggio al termine della notte bello come una poesia di Dylan Thomas: e stavolta è lei, fanciulla-Orfeo, a non poter guardare indietro. “Io, Tu, amore. Ti amo”, dice alla fine. Come noi abbiamo amato perdutamente lei, ragazza nouvelle-vague, Anna, ma anche, e per sempre, Angela, Nana, Veronica, Odile, Natasha e Marianne Renoir”

Giovanni Festa

nel link la sequenza finale di “Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution”

 

 

 

in corsa col tempo e nello spazio profondo

James Mangold in “Ford V Ferrari” costruisce un film bolide, a multiple velocità, a più corsie. I codici, le figure del cinema sportivo sono ricodificate senza ombra di retorica, si ribaltano e prendono fuoco da subito, come le tute dei piloti e le stesse macchine da corsa, ma si riparte continuamente, all’ombra soleggiata di un classicismo che non teme di ripresentificarsi, di dispiegarsi, lento, per poi deflagrare nell’ultima esaltante mezz’ora, nel circuito di “Le Mans 66”, in un’ultima sfida dove il punto di vista sembra potenziarsi all’ infinito, dove il tempo della gara e quello filmico sembrano, nelle ellissi, sfidarsi fino all’estremo delle forze, dove si può anche decidere di rallentare, per non vincere da soli, dove il singolo individuo, vettore di un geometrico, circolare, circuito, posto comunque al centro di uno sguardo sempre più disseminato, mai unico, compreso quello dello spettatore in sala, sempre depistato, sempre in fuga dalla propria unicità, può accettare di frenare e di farsi raggiungere dagli hawksiani, ma non solo, compagni di squadra, in nome dell’amicizia, e dell’amore per una ‘presunta’ squadra. Damon e Bale, l’ex pilota fattosi progettista e il collaudatore fattosi pilota, all’ombra di molteplici sguardi, quelli del pubblico, quelli dei loro ‘superiori’, e soprattutto quelli di una moglie e di un figlio che seguono, da ‘lontano’, si fanno protagonisti assoluti di un film sportivo che eccede se stesso, e le proprie regole di ingaggio, superandosi continuamente, fino a raggiungere il traguardo del melò, là dove il commosso e vertiginoso punto di vista di Mangold si stempera nelle lacrime, e non solo in quelle dei sopravvissuti.

Andrea Pastor

da oggi all’8 dicembre “Laceno d’oro 44”

Si apre oggi ad Avellino la 44a edizione del “Laceno d’oro”, festival internazionale nato nel 1959, dedicato al cinema più ancorato al reale, ‘debitore del Neorealismo’, e che ebbe come padri fondatori Camillo Marino, direttore della rivista ‘Cinemasud’ e Giacomo D’Onofrio, e come ‘nume tutelare’ Pier Paolo Pasolini. Arricchitosi nel corso degli anni di importanti sezioni tra le quali un premio di pittura, e il premio ‘Camillo Marino’ (diventato poi ‘Premio Laceno d’oro’), accolse col tempo numerosissimi importanti cineasti, italiani e stranieri, basti citare, fra i tanti, Lattuada, Antonioni, i fratelli Dardenne, Bellocchio, Assayas, Zangh-Ke. La direzione artistica è affidata oggi a un gruppo di critici fra i quali Aldo Spiniello e Sergio Sozzo. Fra le iniziative di quest’anno, un premio alla carriera a Franco Maresco e a Pedro Costa. Segnaliamo in particolare: fra le opere in concorso, “Padrone dove sei” di Carlo Michele Schirinzi, reduce dal Torino Film Festival, che si è concluso ieri,

e l’ultimo film di Botelho “Pilgrimage”

https://cineuropa.org/it/videoembed/352947/rdid/342340/

la notte Jonathan Demme, in occasione della presentazione della monografia, a lui dedicata, da Simone Emiliani, appena pubblicata da “Sentieri selvaggi”; un omaggio al cinema di John Cassavetes; la retrospettiva dei film di Luigi Di Gianni e la mostra “Il lungo viaggio del cinema italiano ‘Cinema’ 1936-1956” curata da Orio Caldiron e Matilde Hochkofler, che ripercorre il cinema italiano attraverso le pagine della storica rivista “Cinema”.

a.p.

 

 

“Paris vue par..” Jean Douchet

nel link l’episodio del film collettivo “Paris vue par..” firmato da Jean Douchet. Si ricorda che il film era composto da altri cinque episodi girati da Rouch, Pollet, Godard, Rohmer, Chabrol

a.p.

Ci ha lasciato oggi Jean Douchet, un grande uomo di cinema

Nato ad Arras nel 1929, nel 1957 entra a far parte della ‘band à part’ che ha dato vita ai ‘ Cahiers du cinéma”. Come critico e storico del cinema ci lascia una enorme quantità di saggi, di studi dedicati agli amici cineasti della Nouvelle Vague, ma anche numerosi testi che analizzano sapientemente autori come Hitchcock, Murnau, Minnelli, Mizoguchi, Kurosawa. Non solo studioso e teorico ma anche attore e regista. Fra le sue numerosissime apparizioni sullo schermo lo si ricorda in particolare ne “La Maman et la Putain” e “Une sale histoire” di Eustache, “A Comédia de Deus” di Monteiro e “Jardins en automne” di Iosseliani. Lo ricordiamo ancora come amato e prestigioso docente in alcune importanti scuole di cinema come l’Idhec e la Fémis e come animatore di numerosi ciné-club, alla Cinémathèque Française, naturalmente, ma non solo. Numerose anche le sue produzioni come regista, fra le tante si segnala il film “Claude et Éric”, girato nel 2010 e dedicato al rapporto d’amicizia tra Claude Chabrol e Éric Rohmer. Nei link le registrazioni filmate di alcune sue conferenze dedicate, in ordine, ai seguenti film:

“Arca russa” di Sokurov,

“Blackmail” di Hitchcock

“Il diritto del più forte” di Fassbinder

e, in chiusura, un suo memorabile dialogo a distanza ‘ravvicinata’ con Godard

a.p.

Festival di Cinema e Donne, Firenze.

A partire da mercoledì 20 novembre, fino a domenica 24 novembre 2019, si segnala a Firenze la 41° edizione del Festival di Cinema e Donne organizzato dal Laboratorio Immagine Donna, che avrà luogo presso il cinema La Compagnia, e l’Istituto Francese e Tedesco.
Tema e titolo del festival di quest’anno è “Madri delle storie”, nel segno politico di Agnès Varda, cui è dedicata una retrospettiva, così come anche a Lina Mangiacapre, cineasta femminista, anima del gruppo delle nemesiache.
Il programma, come sempre ricco, prevede altre registe in costellazione internazionale provenienti da Mongolia, Finlandia, Palestina, Portogallo, Germania, ecc.
Qui sotto è possibile prendere visione del programma completo.

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