From what is before

lav diaz

Il Kapre uccide il bestiame, provoca incendi, lascia corpi di morti dissanguati sul sentiero. Allora il cinema di Lav Diaz acquista quasi il valore d’una pratica magica: il racconto come esorcismo, come il divampare d’un fuoco che scaccia i demoni o almeno li tiene a bada. Come se la mdp avesse il potere di filtrare, oltre che di filmare, le immagini e i rumori della foresta tropicale, e il racconto (se racconto può chiamarsi) possedesse la facoltà di asciugarne in parte gli umori maligni. Ogni film (per Lav Diaz) è un fuoco acceso nella foresta, ogni rappresentazione un tentativo di riscatto, nella pazienza dell’attesa, nell’incantesimo ipnotico della durata.

a. c.

dedicato a Nicole Lubtchansky, la grande montatrice di Rivette

che ci ha lasciato qualche giorno fa, l’ edizione integrale dell’ amour fou ( circa 4 h ) , vo.sott.inglesi

 

a.p.

è morto ieri a 89 anni Antoine Duhamel

ha offerto la sua incantata e incantevole musica alle nuove onde ( Godard Truffaut Pollet ..)

a.p.

impossibile oggi non riproporlo,

non rivederlo..

a.p.

Venezia 71. ‘ Pasolini’ di Abel Ferrara, il nostro film

tra la vita la morte e la scrittura, il cinema

a.p.

Risset

Ciao Jacqueline,
non avrò più i tuoi consigli, non sentirò più la tua voce nella lingua della poesia, i tuoi canti e quelli di Ponge magnificamente recitati in italiano come magnificamente hai tradotto in francese Dante. Nonostante che per te tradurre è una troppo grande violenza: le signifiant et le signifié sont inestricable.

e.b.

a pigeon sat on a branch reflecting on existence

A Pigeon Sat on a Branch

 

 

Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence  di Roy Andersson (Svezia)

 

Trentanove piani-sequenza che si aprono e si chiudono sullo stesso squallido mondo monocromatico mantenendo costante un velo di gelida ironia di cui tutto il film è permeato. Una piccola cittadina formata di spazi vuoti, incolori, fermi. Persone immobili come statue di cera, annichilite e decolorate che sembrano assistere con noia alla propria vita. Corti circuiti temporali (re Carlo XII), morti improvvise, persone fisicamente sgradevoli, location improbabili.

In una contaminazione surreale di persone e spazi, gli stati d’animo si identificano con gli arredi, con gli oggetti, con gli edifici. Personaggi inermi e infelici che ricordano quelli di Aki Kaurismãki ma sono comici e meno poetici e luoghi, strade, ristoranti che fanno pensare alle atmosfere di Edward Hopper.

Le sequenze, a volte quasi dei fermo-immagine, scivolano attraverso le tristi vite, entrano nei loro spazi intimi, nei bar, nelle birrerie (quella di Lotta la Zoppa, a Göteborg), nelle cucine, nelle camere da letto, spesso in situazioni di una comicità surreale che emerge surrettiziamente da un mare di tristezza. Così ogni personaggio, isolato in un apparente scarno squallore, privo di progetti e di speranze, spesso si congratula con altri con una frase che si ripete e che suscita ilarità: “Mi fa piacere sentire che le cose vi vanno bene!” in una disarmante accettazione del proprio fallimento. I due protagonisti, Sam e Jonathan sono due venditori di gadgets per divertirsi, per “rendere allegre le persone” e vanno in giro con le loro valigette a proporre denti da vampiro in plastica, sacchetti che ridono (che si possono usare per le feste in ufficio e a casa) e maschere di gomma paurose. Non vendono, la crisi dilaga. Jonathan è peraltro terribilmente angosciato al pensiero di dover di nuovo incontrare i suoi genitori, in Paradisoi.

i. g.

 

 

Retour à Ithaque

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Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

Giornate degli autori

Retour à Ithaque di Laurent Cantet

 

In una terrazza in alto tra case fatiscenti che per un lato si affaccia verso il mare, cinque amici si incontrano al crepuscolo per festeggiare il ritorno a L’Avana di uno di loro, dopo 16 anni di esilio, e restano insieme fino all’alba. Durante la conversazione densa di ricordi e dai toni pieni di affetto,  gli amici evocano la loro giovinezza nella Cuba del  comunismo con altalenanti reazioni tra i ricordi, le accuse, le esitazioni, i dubbi, l’amarezza, i rimpianti, le delusioni, le liti, i sensi di colpa. I ricordi sono diventati amari. I sogni si sono spenti, il dubbio di aver fatto scelte sbagliate li assilla. Ma sono saldi nella loro amicizia. “Le migliori feste de L’Avana sono fallite per mancanza di ghiaccio! Eravamo il faro del mondo!”. Lo scrittore non riesce più a scrivere, il pittore non sa più cosa dipingere, la dottoressa, un’oculista, deve farsi mantenere dai figli. I giovani vogliono andare a vivere altrove.

Affascinato dall’enigma di quel Paese, Cantet ne conserva un’immagine mitologica: Cuba resta un luogo mitologico, da questo deriva il titolo. Le riprese, come sempre in Cantet, sono lievi movimenti di macchina in cui sembra quasi non esserci una regia: seguono il crescendo o l’affievolirsi dei dialoghi, con una naturalezza e una fluidità che colpiscono, con campi e controcampi o riprese complete, a confermare il legame tra gli amici, come se il nostro sguardo fosse lì, in mezzo agli attori. “Ho ascoltato le storie di persone che ho conosciuto e le ho trasmesse nel film: il gruppo di attori, tutti cubani, erano coinvolti dal testo, dalla storia, perché è la storia della loro vita, della loro generazione. Io mi sono cancellato per lasciare loro tutto lo spazio”.

E’ un’opera teatrale in cui la parola, anzi un linguaggio quotidiano, naturale e scorrevole trascina la narrazione: la sceneggiatura è dello stesso Cantet e dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuortes

i. g.

mise en scène with arthur penn

penn 2

Una conversazione – ma di Amir Naderi sentiamo solo la voce, salvo qualche visione di sfuggita, di spalle, quando entra in campo a spostare un quadro o una lampada, perché disturbano l’inquadratura. Tutto il versante-immagine è dedicato ad Arthur Penn, è inquadrato sempre solo lui, in primo piano, a macchina fissa. Naderi fa spesso domande, interroga, interrompe, chiede precisazioni, ed è come se il versante sonoro tentasse di carpire al versante-immagine i segreti che le immagini (da sole) non sono in grado di svelare. Lasciato a se stesso, forse Penn tacerebbe, si limiterebbe a guardare in macchina, a sospirare, a bere un bicchiere d’acqua.

a. c.

Tsili

gitai

Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

Fuori concorso

Tsili di Amos Gitai 

Tratto dal romanzo di Aharon Appelfeld  Paesaggio con bambina, Tsili è la storia di una ragazza ebrea un po’ ritardata che è stata abbandonata dalla famiglia ed è sopravvissuta ai lager.

Nel suo nascondiglio, negli anfratti dove errando è andata a nascondersi, Tsili ha i movimenti lenti e guardinghi di un animale selvatico che cerchi di rendersi invisibile, illuminata a tratti da raggi di sole diagonali o aggredita da piogge violente e astratte, sempre rischiarate dal sole. Striscia tra gli arbusti secchi a cercare bacche, a rompere rametti secchi, a snidare nella corteccia piccoli insetti da mangiare mentre le fronde alte dei pini sono agitate da un vento forte. La camera è fissa, le inquadrature sono fuori dal tempo, la musica è fortemente emotiva. Le sequenze appaiono e scompaiono in dissolvenza come altrettante visioni. Colpi di cannone, spari, rumori di aerei, si sovrappongono al cinguettare degli uccelli, ai piccoli rumori del bosco.  Primi e primissimi piani, indagano il volto e il comportamento della ragazza e la sua progressiva mimetizzazione con i rami, le foglie secche, gli arbusti. Nel suo rifugio arriva Marek (Adam Tsekhman) un altro giovane ebreo scappato da un campo di concentramento. Alcune plongée molto alte riprendono i corpi estenuati e deboli dei due ragazzi accovacciati tra gli arbusti.  Il personaggio di Tsili (Sarah Adler, Meshi Olinski),  a volte selvatico e primitivo, a volte più delicato e dolce, è interpretato da due diverse attrici, due aspetti della stessa Tsili. A guerra finita, Tsili sarà insieme a tanti altri profughi sulla riva del mare diretti verso altri luoghi, accompagnati dalla musica di un violino. Girato in lingua Yiddish, chiude con alcune immagini d’archivio che provengono dall’YIVO (l’istituto yiddish di New York) di bambini, scolari, ragazzi che risalgono agli anni appena precedenti all’invasione nazista.

i, g.

 

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