kommunisten

kommunisten

Gli spezzoni di vecchi film di Straub e Huillet, che appaiono in Kommunisten, non appartengono in nessun modo all’universo della disillusione, né della nostalgia – essi rendono testimonianza, invece. E se ci si chiede di che cosa, rispondiamo: di quel patrimonio di speranze ed energie che il sogno comunista ha pur saputo suscitare, incarnandosi in lavoro concreto. Operai e contadini, attori, poeti, Malraux, Hölderlin, Vittorini, i boschi, le montagne, i paesi, la politica … il cinema.

a. c.

L’epica di una vita violenta e malinconica

E Arthur Penn con The Left Handed Gun (Furia selvaggia) ha narrato la storia molto semplice di un’amicizia particolare, ha disegnato modernamente il personaggio di Billy The Kid traendolo negli atteggiamenti di malinconia, di impotenza, di violenza: ma aveva bisogno del tessuto nel quale innestare questa sua ipotesi narrativa. Aveva bisogno del genere western sula quale legare la sua verità, determinare la sua scelta. Senza il western non esisterebbero forse nel cinema americano eroi e antieroi, tutta una condizione drammatica sulla quale riversare la tradizione canagliesca del teatro shakespeariano, reinventando i nuovi Falstaff, i giovani Mercuzio, i difficili, i violenti, i disperati.

(Edoardo Bruno da Tendenze del cinema contemporaneo, Samonà e Savelli, Roma 1965)

From what is before

lav diaz

Il Kapre uccide il bestiame, provoca incendi, lascia corpi di morti dissanguati sul sentiero. Allora il cinema di Lav Diaz acquista quasi il valore d’una pratica magica: il racconto come esorcismo, come il divampare d’un fuoco che scaccia i demoni o almeno li tiene a bada. Come se la mdp avesse il potere di filtrare, oltre che di filmare, le immagini e i rumori della foresta tropicale, e il racconto (se racconto può chiamarsi) possedesse la facoltà di asciugarne in parte gli umori maligni. Ogni film (per Lav Diaz) è un fuoco acceso nella foresta, ogni rappresentazione un tentativo di riscatto, nella pazienza dell’attesa, nell’incantesimo ipnotico della durata.

a. c.

dedicato a Nicole Lubtchansky, la grande montatrice di Rivette

che ci ha lasciato qualche giorno fa, l’ edizione integrale dell’ amour fou ( circa 4 h ) , vo.sott.inglesi

 

a.p.

è morto ieri a 89 anni Antoine Duhamel

ha offerto la sua incantata e incantevole musica alle nuove onde ( Godard Truffaut Pollet ..)

a.p.

impossibile oggi non riproporlo,

non rivederlo..

a.p.

Venezia 71. ‘ Pasolini’ di Abel Ferrara, il nostro film

tra la vita la morte e la scrittura, il cinema

a.p.

Risset

Ciao Jacqueline,
non avrò più i tuoi consigli, non sentirò più la tua voce nella lingua della poesia, i tuoi canti e quelli di Ponge magnificamente recitati in italiano come magnificamente hai tradotto in francese Dante. Nonostante che per te tradurre è una troppo grande violenza: le signifiant et le signifié sont inestricable.

e.b.

a pigeon sat on a branch reflecting on existence

A Pigeon Sat on a Branch

 

 

Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence  di Roy Andersson (Svezia)

 

Trentanove piani-sequenza che si aprono e si chiudono sullo stesso squallido mondo monocromatico mantenendo costante un velo di gelida ironia di cui tutto il film è permeato. Una piccola cittadina formata di spazi vuoti, incolori, fermi. Persone immobili come statue di cera, annichilite e decolorate che sembrano assistere con noia alla propria vita. Corti circuiti temporali (re Carlo XII), morti improvvise, persone fisicamente sgradevoli, location improbabili.

In una contaminazione surreale di persone e spazi, gli stati d’animo si identificano con gli arredi, con gli oggetti, con gli edifici. Personaggi inermi e infelici che ricordano quelli di Aki Kaurismãki ma sono comici e meno poetici e luoghi, strade, ristoranti che fanno pensare alle atmosfere di Edward Hopper.

Le sequenze, a volte quasi dei fermo-immagine, scivolano attraverso le tristi vite, entrano nei loro spazi intimi, nei bar, nelle birrerie (quella di Lotta la Zoppa, a Göteborg), nelle cucine, nelle camere da letto, spesso in situazioni di una comicità surreale che emerge surrettiziamente da un mare di tristezza. Così ogni personaggio, isolato in un apparente scarno squallore, privo di progetti e di speranze, spesso si congratula con altri con una frase che si ripete e che suscita ilarità: “Mi fa piacere sentire che le cose vi vanno bene!” in una disarmante accettazione del proprio fallimento. I due protagonisti, Sam e Jonathan sono due venditori di gadgets per divertirsi, per “rendere allegre le persone” e vanno in giro con le loro valigette a proporre denti da vampiro in plastica, sacchetti che ridono (che si possono usare per le feste in ufficio e a casa) e maschere di gomma paurose. Non vendono, la crisi dilaga. Jonathan è peraltro terribilmente angosciato al pensiero di dover di nuovo incontrare i suoi genitori, in Paradisoi.

i. g.

 

 

Retour à Ithaque

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Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

Giornate degli autori

Retour à Ithaque di Laurent Cantet

 

In una terrazza in alto tra case fatiscenti che per un lato si affaccia verso il mare, cinque amici si incontrano al crepuscolo per festeggiare il ritorno a L’Avana di uno di loro, dopo 16 anni di esilio, e restano insieme fino all’alba. Durante la conversazione densa di ricordi e dai toni pieni di affetto,  gli amici evocano la loro giovinezza nella Cuba del  comunismo con altalenanti reazioni tra i ricordi, le accuse, le esitazioni, i dubbi, l’amarezza, i rimpianti, le delusioni, le liti, i sensi di colpa. I ricordi sono diventati amari. I sogni si sono spenti, il dubbio di aver fatto scelte sbagliate li assilla. Ma sono saldi nella loro amicizia. “Le migliori feste de L’Avana sono fallite per mancanza di ghiaccio! Eravamo il faro del mondo!”. Lo scrittore non riesce più a scrivere, il pittore non sa più cosa dipingere, la dottoressa, un’oculista, deve farsi mantenere dai figli. I giovani vogliono andare a vivere altrove.

Affascinato dall’enigma di quel Paese, Cantet ne conserva un’immagine mitologica: Cuba resta un luogo mitologico, da questo deriva il titolo. Le riprese, come sempre in Cantet, sono lievi movimenti di macchina in cui sembra quasi non esserci una regia: seguono il crescendo o l’affievolirsi dei dialoghi, con una naturalezza e una fluidità che colpiscono, con campi e controcampi o riprese complete, a confermare il legame tra gli amici, come se il nostro sguardo fosse lì, in mezzo agli attori. “Ho ascoltato le storie di persone che ho conosciuto e le ho trasmesse nel film: il gruppo di attori, tutti cubani, erano coinvolti dal testo, dalla storia, perché è la storia della loro vita, della loro generazione. Io mi sono cancellato per lasciare loro tutto lo spazio”.

E’ un’opera teatrale in cui la parola, anzi un linguaggio quotidiano, naturale e scorrevole trascina la narrazione: la sceneggiatura è dello stesso Cantet e dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuortes

i. g.

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