una traccia

a.p.una traccia

giorni (di festa) cantati

easter day : il sogno, il canto e la danza coloratissima della star Fred Astaire, la voce della Metro Goldwyn Mayer , e quello dell’ ex star Ufa Veronika che , rintocchi delle campane pasquali fuori campo, sogna, prima di morire in un bianco e nero che è luce , una lontanissima Hollywood , in un canto che evoca i veri cancelli del cielo, case di produzione mai abitate

 

 

 

a.p.

FILMCRITICA PASOLINI

cinepresa03

 

Ripubblichiamo il testo di una lettera che Pier Paolo Pasolini scrisse a “Filmcritica” alla fine degli anni cinquanta.
Caro Edoardo,
ti ringrazio di aver pensato a “La notte brava” per il numero natalizio di Filmcritica. La cosa non è priva di significati, a parte l’implicito consenso per il testo.
Ti mando due brani: l’inizio del film fino al funerale del Mosciarella, e la parte centrale, l’episodio dell’ala rubata. Il primo brano servirà di introduzione e di campione per il “filologo” (quando, finalmente, ci si occuperà di cinema filologicamente) che volesse operare nei confronti tra testo scritto e testo girato. Il secondo brano invece è quasi del tutto solo scritto, perché nel film, la scena si è ridotta ad un moncone, mentre nella sceneggiatura è un vero e proprio episodietto. È abbastanza interessante che esca completo nella tua rivista perché, come forse saprai, darò prima o dopo a Garzanti un racconto che si intitolerà appunto “La notte brava”, e che sarà la riduzione narrativa della sceneggiatura. Vero e proprio monstrum delle nuove lettere. In tal racconto la parte centrale sarà l’unica cambiata: sarà cioè molto più realistica e infinitamente meno natalizia. Perciò questo episodio dell’ala vedrà la luce solo in Filmcritica. Piccola pezza d’appoggio per il “filologo” inesistente.

Grazie ancora e molti auguri per la tua rivista

Pier Paolo Pasolini.
(novembre 1959)

PASOLINI E ROMA

“Pasolini e Roma” al Palazzo delle Esposizioni.
Solo gli esseri umani tra i viventi, nel creare e nel ri-vedere immagini di se stessi e del mondo, hanno la possibilità di fermare istanti del tempo, ossia di scrivere su carta che brucia e serbare memoria degli stati dell’essere, incalzati dalla continua minaccia della loro sparizione e dalla nostalgia di essi.
Se il dispositivo è testimone della morte, la morte definisce la vita e le conferisce senso compiuto.

A.C.

borgnapasolini (2)

INGRAO

Anticipazione dell’editoriale del prossimo numero (il 644, a breve in uscita) di “Filmcritica”.

nube
Ingrao compie 99 anni: la storia, la poesia, la politica. Un attraversamento
che corre per tutto il Novecento, tra utopia e storia, che trasforma
la ricerca e il dubbio in un concreto sentire e operare. Un secolo
drammatico, il Novecento, di anni “grandi e terribili” dove l’utopia
stessa diventa la grande speranza, l’ordito dove appigliarsi, il vero più
vero del vero, il quid dove poter determinare la dialettica tra correlazione
e opposizione.
Tutta la vita, Ingrao ha inseguito questo tracciato poetico-politico,
ha vissuto il comunismo come espressione di un umanesimo
integrale, ha urlato il suo no alla soggezione di classe, all’ossequio del
contadino verso il padrone, e ha preceduto, nelle analisi politiche, i
disastri dell’alienazione e del consumismo.
Ha superato nell’estetica sin dagli inizi il contenutismo che avvolgeva
le analisi intellettuali della sinistra di allora, sottolineando l’elemento
cognitivo del testo, e rilevando il quel che dice la poesia al di là
della parola “proprio perché il testo poetico” fatto del senso della parola
ma anche del “suono” come dice a proposito della poetica di
Leopardi; e di ordine di espressione, cioè di “montaggio”, come diceva
Barbaro (anche lui come estremo, appassionato lettore di Leopardi)
nel sottolineare nel Caro mi fu quell’ermo colle l’impegno proprio dell’ordine
di montaggio, del suono, del movimento, propri del linguaggio
poetico, sottolineando che “al di là di quanto il poeta ci racconta,
e al di là del modo con cui ce lo racconta, al di là, per dirla con
Vitruvio, del quod significat, c’è il quod significatur”. Che è “l’essenza vera
dell’arte”.
Ingrao, anche nei momenti più aspri della politica, ha mantenuto
viva l’attenzione ai movimenti dell’arte; l’amore per il cinema da sempre
il suo amore primario per entrare nello spazio della visione,
cogliendone il senso segreto del linguaggio, quel “parlare” a ciascuno
pur nella popolarità della comunicazione. Ha sentito l’intelligenza
poetica di Straub, ne ha immaginato più che comprenderne la poetica,
il soggetto del fondo che emerge nella memoria, quelle immagini
fisse dentro le quali ritrovare il rigore della materia.
e.b.

FILMCRITICA 643

E’ online il nuovo numero.

Vai su http://www.filmcritica.net

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ADDIO ALAIN RESNAIS

E’ in uscita in numero di marzo di “Filmcritica”, dove campeggia in copertina l’ultimo (letteralmente) film di Alain Resnais, lo splendido AIMER, BOIRE ET CHANTER. Avremmo voluto un’occasione meno triste. Non sapevamo. Ma siamo orgogliosi di averlo seguito fino alla fine.

TIPPI HEDREN SCREEN TEST

L’UNICO COMUNISTA CHE CI HA VOLUTO BENE

Dopo Barbaro, l’unico comunista che ‘CI’ ha voluto bene è stato Gianni Borgna.Il CI sta a significare che ha voluto bene a noi tutti , alla rivista, al nostro modo di fare critica, di leggere attraverso la razionalità e il  pensiero e di amare quel cinema che in un certo senso gli abbiamo fatto amare – Rossellini, Truffaut, Godard, Hitchcock… a  lui che  giovanissimo si era accostato  alla rivista che allora si trovava in edicola.

Dopo Barbaro, che al comitato centrale del partito comunista ci aveva difeso dagli attacchi dei soliti settari che non volevano sentire parlare di forma (né di Della Volpe) è stato Gianni nella sua qualità di segretario della Federazione giovanile  comunista di Roma che ci ha permesso di continuare nella nostra  battaglia di rinnovamento, con entusiasmo e proselitismo. La rivista aveva già i suoi anni, la crisi nelle edicole significava che già allora  lo scavo nella battaglia delle idee per un risarcimento marxista dell’arte, non era una impresa facile, con il rovesciamento degli idola e lo stile editoriale ‘povero’ di un quaderno bodoniano. Borgna ci aiutò nella diffusione, si impegnò perchè la distribuzione, almeno nelle librerie, fosse garantita affidandoci ad ‘Occhetto padre’ che era titolare di una distribuzione di dischi della ‘Nuova Compagnia di Canto popolare’.

Pur non essendo mai stato iscritto al pci,  con Gianni presi a frequentare il suo ufficio al Bottegone, facendo proselitismo anche in quelle stanze del sesto piano dedicate alla cultura, e partecipavo in tutta Italia alle riunioni pubbliche dell’ARCI, tenendo le mie prime lezioni di cinema, fuori dall’Università. Gianni collaborava con scritti e suggerimenti alla rivista, con entusiasmo e rigore  ma anche con spensieratezza, facendomi conoscere i suoi amici, Goffredo Bettini tra i primi, e trascinandomi nella cifra del loro dissacrante linguaggio, che era poi il mio disincanto.

Gianni era allora un semplice consigliere alla Regione Lazio, quando ci venne in mente di  organizzare le prime Grandi Retrospettive e Convegni istituendo il Premio Biennale ‘Maestri del Cinema’, dedicando la prima edizione ad Alfred Hitchcock, con un convegno internazionale  sotto gli auspici di Truffaut. È stato Gianni a trovare i mezzi finanziari che consentirono, in seguito, durante gli anni del suo Assessorato di arrivare alla quindicesima edizione nel duemila e cinque con la Retrospettiva di Raul Ruiz tenuta al festival di Roma, grazie a Bettini.
Potrei ancora continuare ma la cosa più importante per me fu il segno della sua amicizia. Per me era il comunista più libero e irregolare che ho conosciuto, vòlto all’utopia con i piedi per terra e alla improvvisazione. Con La sua droga si chiama Julie fece il suo ingresso Annamaria: si erano conosciuti con Gianni sui banchi del liceo ma poi ognuno aveva presa una strada diversa e si erano ritrovati con quel film di Truffaut che su loro richiesta feci proiettare all’Officina: ri-amati e sposati. Anche questa fu una impennata cinematografica piena di gioia e di fantasia, specchio del suo carattere di pensiero e di ragione. La malattia non doveva interrompere una vita  ancora così piena di sorprese e di svolte; aveva una serie di progetti da mandare avanti, sul cinema e sulla politica, sulla filosofia, sulla musica. E su Pasolini del quale aveva curato la grande Retrospettiva già presentata in Spagna, attualmente a Parigi e presto a Roma e Berlino.

Mi piace concludere questa nota con le parole di Goffredo Bettini sul ‘Manifesto’: “Ha attraversato la malattia con la saggezza di un filosofo e l’occhio innocente di un bambino che fa finta di credere che  la morte non arriverà mai”.

Edoardo Bruno

MAKEUP TEST: JOAN CRAWFORD

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